TECNOLOGIA

Come saranno i siti del futuro? proviamo ad immaginarlo.

I siti del futuro

Gli ultimi anni sono stati rivoluzionari in ambito tecnologico.
Internet è ormai divenuto disponibile in ogni angolo della terra, l’unica barriera che si frappone tra le persone che vivono in regioni diverse è la lingua.

Proprio analizzando l’ attuale rete internet ed i processi di crescita della tecnologia possiamo ipotizzare come sarà il sito del futuro.

La domanda logica che dobbiamo porci in questo avventuroso percorso, è: Quali saranno le tecnologie che renderanno gli utenti più felici e più liberi di apprendere?

Prima di iniziare occorre fare una piccola riflessione storica.

Internet fu inventato nel 1969 ma solo negli anni ’90 si diffuse su larga scala. La stessa posta elettronica fu utilizzata per la prima volta nel 1965 come servizio di comunicazione nel MIT, e sempre negli anni ’90 si iniziò a diffondere come strumento maturo per il grande pubblico.

Negli anni ’80 furono inventati i primi computer “indossabili”, a ben vedere fu solo nel ’91 che vennero compiuti significativi passi in avanti. Oggi abbiamo gli Apple Watch ed i Google Glass, oltre a molte decine di modelli di altri smartwatch.

Questo processo di crescita tecnologico ha subito oggi una forte accelerazione.

Ray Kurzweil, analizzando il pregresso tecnologico ha detto:

Un processo evoluzionistico, e sia la biologia che la tecnologia sono processi evoluzionistici, nel tempo accelera.

ed anche la seconda Legge di Gordon Moore afferma:

“sarebbe molto più economico costruire sistemi su larga scala a partire da funzioni minori, interconnesse separatamente. La disponibilità di varie applicazioni, unita al design e alle modalità di realizzazione, consentirebbe alle società di gestire la produzione più rapidamente e a costi minori.”

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Quindi è plausibile attenderci che il processo tecnologico subisca un’ ulteriore forte accelerata, tale per cui, a breve potremmo assistere ad una nuova rivoluzione industriale. La quarta per la precisione.

La nostra vita verrà naturalmente cambiata, a seguito delle nuove implementazioni tecnologiche.

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Protezione dei dati personali per incrementare la fiducia degli utenti

Negli ultimi anni, ci si è posto il problema della sicurezza e della protezione dei dati personali.

La tecnologia ha permesso di far circolare i nostri dati da una piattaforma all’ altra senza che ne potessimo avere il reale controllo.

Siamo passati da una internet 1.0, totalmente statica, ad una seconda versione dinamica caratterizzata dai Cms ( WordPress su tutti ) ma dove i dati sono stati poco tutelati.

Questo ha permesso a grosse società di prendere il sopravvento e di dominare il palcoscenico in modo del tutto incontrollato.

Si parla oggi del monopolio di G.A.F.A ( Google – Apple – Facebook -Amazon )

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Purtroppo ciò ha scaturito diversi problemi, taluni molto seri, al punto che i legislatori, sono intervenuti, con diverse leggi ed azioni, al fine di porre rimedio alla libera ed incontrollata circolazione dei dati personali ed alla loro tutela.

Qualunque sia la tecnologia che verrà adottata in futuro, si dovrà, sempre più, porre attenzione alla tutela del dato personale che permetterà di far aumentare la fiducia del proprio utente finale.

Stiamo velocemente andando verso una tecnologia più libera e distribuita che permetterà ad ogni utente di possedere i propri dati e decidere a chi affidarli ( oggi è l’ esatto contrario ).

I siti web del futuro sfrutteranno al massimo la blockchain e saranno limitati da browser intelligenti che permetteranno all’ utente finale di crearsi un proprio spazio privato e sicuro.

Una prima applicazione è rappresentata dal browser BRAVE ( che personalmente uso da tempo ) che permette di scegliere come tutelare i propri dati e di filtrare ogni singola forma di pubblicità.

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I siti del futuro saranno totalmente accessibili

Accessibilità dal punto di vista dei dispositivi ( come il mobile first di Google ) ed accessibilità come fruibilità dei siti web per ogni tipologia di utenza.

Diversi gruppi di persone, per svariati motivi, sono impossibilitati ad accedere ai siti internet. Si pensi alle disabilità, oppure all’avanzare dell’età, per raggiungere sempre più utenti stanno cambiando alcune condizioni:

  • I motori di ricerca favoriranno sempre di più i siti che rispetteranno determinati parametri, tra i quali la facilità di lettura del contenuto, l’affidabilità e la migliore esperienza di navigazione da mobile;
  • L’uso della voce sarà predominante rispetto alla digitazione e alla lettura.

A questi aspetti va aggiunto un ulteriore movimento che dipende dall’incremento della concorrenza tra siti web. I sensori permettono già oggi di analizzare la UX (User Experience), i movimenti del mouse, il numero dei click necessari per arrivare alla conversione, i moduli di richiesta dati, sono elementi che verranno sempre più affinati e facilitati.

Sul come arrivare ad offrire un’esperienza di navigazione sempre più naturale si sta dibattendo, ma la strada intrapresa sembra quella del potenziamento dell’intelligenza artificiali (A.I.). Dobbiamo immaginare siti web resi fruibili da un assistente virtuale che già conosce i nostri gusti e desideri.

Il concetto di accoglienza verrà esploso proprio come avviene in un albergo oppure in un ristorante.

I siti del futuro saranno vocali

A partire dal 2018 la ricerca vocale ha subito un incremento di utilizzo che si pensa possa proseguire per lungo tempo in maniera esponenziale.
Google dichiara che nel 2020 le ricerche vocali si attesteranno intorno al 50% del totale delle ricerche.

Inoltre la continua evoluzione dell’intelligenza artificiale

ha contribuito a fornire all’utenza un’alternativa più efficiente per dialogare con la rete.

Non c’è dubbio che la praticità che offre l’assistente vocale determini un sostanziale upgrade rispetto al modo tradizionale di porre le domande (query in gergo tecnico) ai motori di ricerca.

Per questo motivo la funzione vocale non potrà che diventare lo standard del futuro di tutti i siti internet.

Google è un passo avanti a tutti, la sua icona a forma di microfono viene sempre più utilizzata in sostituzione della digitazione. Google dichiara che nel 2020 le ricerche vocali si attesteranno intorno al 50% del totale delle ricerche.

L’aggiornamento dell’algoritmo di Big G, che passa sotto il nome di Hummingbird, ha apportato una sostanziale modifica nel modo di capire le query poste dagli utenti.
Google è in grado di comprendere il significato delle frasi nel senso semantico e non più focalizzandosi solo sulle singole parole chiavi ( keyword ).

siti del futuro dovranno sfruttare al massimo questa modalità attraverso una profonda rivisitazione della modalità di risposta all’utente.

L’ottimizzazione per la ricerca vocale significa rendere i siti più rapidi nell’indicare la migliore risposta di cui hanno bisogno gli utenti ( che è il principale obiettivo di Google ).

Tra gli addetti ai lavori ormai si parla di VEO (Voice Engine Optimization) al posto di SEO (Search Engine Optimization).

siti del futuro saranno vocali per effetto dello sviluppo dell’ intelligenza artificiale e di tutti i suoi sviluppi correlati  (speakable).

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I siti del futuro avranno più funzioni esperienziali

La relazione che esiste tra web e informatica determina la modalità di realizzazione dei contenuti dei siti internet. Se ipotizziamo un futuro che non avrà più come device uno schermo di vetro, possiamo pensare che il futuro dei siti web sarà molto più personale ed esperienziale.

Concetti come la realtà virtuale (VR), o quella aumentata (AR), fanno già parte di questa visione. Attualmente il mondo dei videogiochi ne sta facendo uso per offrire un’esperienza più coinvolgente.

Microsoft ha sviluppato degli occhiali in realtà che permettono, attraverso la gestualità, di far apparire davanti agli occhi un PC virtuale con schermo annesso.

Sono nati diversi dispositivi che integrano la tecnologia di realtà aumentata e con essi diverse APP per gli attuali device.

E’notizia recente, che il noto marchio di calzature sportive Nike, ha lanciato una nuova APP che è in grado, con l’ ausilio della realtà aumentata, di misurare il piede dell’ utilizzatore e far provare l’ esperienza della vestibilità di un paio di scarpe.

E’ facile ipotizzare che il concetto di realtà virtuale venga, a breve, integrato nei siti.

Come cambieranno i siti del futuro?

C’è da pensare che alcuni settori siano più interessati di altri a sviluppare la VR nel proprio sito, basti pensare al settore dei viaggi, oppure all’intrattenimento musicale ma anche alla vendita di automobili o all’immobiliare. Offrire un’esperienza 3D di certo può migliorare la fruizione a patto che questa sia veramente a portata di tutti.

Perché l’XML è il formato che verrà utilizzato da tutti i siti?

L’XML (EXtensible Markup Language) è probabilmente la tecnologia più importante sul web. Si tratta di uno standard largamente affermato e che sostituirà tutti gli altri, primo fra tutti l’HTML. I motivi del suo successo sono diversi e di seguito li esamineremo brevemente.

L’XML permette la massima compatibilità tra varie applicazioni molto diverse tra di loro. La flessibilità è superiore rispetto agli altri standard poiché permette un livello di descrizione e di astrazione più efficiente.

I siti di e-commerce sono dinamici a causa della necessità di creare la pagina con successive interrogazioni del database. Rispetto a quelli statici sono per forza di cose più lenti.

L’utilizzo dell’XML ottimizza di molto tale processo con la conseguenza di rendere veloce la sua fruizione.

E’ per questo che tale tecnologia è oggi alla base di processi informatici di larga scala come la Fatturazione Elettronica o il prossimo scontrino elettronico.

La tecnologia del futuro: la Blockchain

Nel 2008 Satoshi Nakamoto ha ideato la Blockchain ( letteralmente “catena di blocchi”), basandosi sul meccanismo digitale del peer-to-peer (P2P o punto punto). Si tratta di un protocollo di comunicazione che archivia tutte le informazioni relative alle transazioni che sono state già validate.

L’ innovazione della tecnologia sta nella garanzia di inalterabilità del dato, poichè lo stesso viene replicato per ogni singolo nodo che la compone. La blockchain è assimilata ad una rete distribuita di nodi ove, ogni nodo possiede una singola copia del dato che viene sincronizzato ad ogni modifica.

Questo protocollo garantisce dunque l’ inalterabilità e la sicurezza del dato stesso.

Le tecnologie che si basano sulla blockchain sono pertanto sicure e trasparenti.

Per questo motivo stiamo assistendo ad una veloce crescita delle Cryptovalute ( monete elettroniche basate sulla tecnologia Blockchain ).

Proviamo dunque ad immaginare come il concetto di “decentramento dei dato” offerto dalla tecnologia Blockchain, possa modificare la struttura dei siti internet del futuro.

Innanzitutto la tecnologia Blockchain sposterebbe il controllo dell’ informazione dal titolare del sito all’ utente che ne è il fruitore.

L’ utente potrà crearsi un ambiente privato ove scegliere le informazioni da ricevere, dai singoli siti web, premiare gli autori ( in cryptovalute ) ed acquistare da piattaforme, totalmente decentralizzate, ogni tipo di oggetto o servizio.

L’Internet Of Things (IOT o internet delle cose) sarà il futuro?

Sta per iniziare un’era in cui tutte le cose saranno connesse tra di loro. La Blockchain sarà il mezzo di sviluppo per un altra tecnologia che permetterà ad ogni prodotto di essere dotato di una sua identità precisa e registrato sul web in modo sicuro, trasparente e distribuito.

Immaginiamoci un futuro prossimo ove gli oggetti di uso comune, saranno collegati alla rete internet tramite tecnologie Blockchain e sfruttando reti di connessioni ultra veloci come la fibra ottica, la trasmissione 5G o la connessione powerline ( tecnologia che permette di far viaggiare il segnale di internet sulla rete elettrica ).

Per ogni oggetto, come ad esempio frigoriferi, automobili, tv saranno sviluppate applicazioni o interfacce web simili agli attuali siti internet.

Nasceranno dunque sviluppatori per interfacce web o vocali per elettrodomestici.
Tali oggetti saranno interconnessi, tramite la Blockchain ai siti web o portali di servizio ( per assistenza, ricambi o supermarket per l’ approvvigionamento).

Molti settori saranno interessati da quella che viene definita la quarta rivoluzione industriale, ed i siti cambieranno per arricchirsi di misurazioni in tempo reale che provengono direttamente dall’oggetto venduto o semplicemente per fornire delle risposte puntuali agli utenti.

Si creeranno profili utente che verranno riportati negli elettrodomestici in tecnologia IoT, i quali avranno lo scopo di soddisfare, in modo puntuale le esigenze dell’ utilizzatore.

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Il modello di business dei siti di domani

I siti web sono nella stessa situazione in cui erano i dinosauri alla fine del periodo Cretaceo, 65 milioni di anni fa. Ovvero in procinto di estinguersi

questa frase è stata pronunciata niente meno che da  Evan Williams, cofondatore di Twitter e Ceo della piattaforma Medium.
Secondo lui il futuro:

…non è creare un nuovo sito web. Questa idea è morta. Un sito web individuale non interessa. Internet non sarà fatta da miliardi di persone che visitano milioni di siti web. Il futuro sarà di grandi piattaforme centralizzate»

insomma, non proprio una bella previsione, ma sicuramente in linea con quanto ho descritto in questo articolo.

Quale sarà dunque il modello di business di domani e che fine faranno i siti di informazione ed i blog?
Naturalmente non ho con certezza la risposta, ma leggendo molto sull’ argomento ho potuto delineare un mio pensiero.

Sono propenso a pensare che il modello Wolf, sarà quello con maggior efficacia, sopratutto per il mondo dell’ informazione.
Vediamo in alcuni principali punti in cosa consiste:

– Non esiste un modello di business e di comunicazione valido per tutti
– diventerà molto complesso, se non impossibile, essere generalisti ( e questo spiega la forte crisi che hanno i principali media )
– le breaking news saranno sempre più una commodity
– le informazioni profittevoli saranno solo quelle di nicchia o molto verticalizzate
– la sostenibilità economica di un progetto di informazione passerà per forme di abbonamento o di vendita del singolo contenuto ( così come oggi applicato da Itunes o Play Store )
– bisognerà sempre più comunicare attraverso le principali piattaforme di divulgazione di contenuto, piuttosto che su un proprio sito web.
Questo perchè il problema sarà sempre più il raggiungimento di un traffico qualificato che permetta la sostenibilità economica.

La verità è che la decentralizzazione del dato permetterà di far sviluppare nuovi metodi di comunicazione che saranno ben lontani da quanto oggi stiamo applicando.
L’ informazione sarà sempre più verticalizzata e specializzata e verranno premiate competenze specifiche, piuttosto che competenze orizzontali e poco radicate.

C’è da fare un ultima considerazione. Il processo di digitalizzazione, almeno in Italia è ancora ben lontano dall’ essere concluso.
Da un recente rapporto del “il Sole 24 Ore” l’ Italia risulta essere bocciata sul digitale seppur abbia una percentuale del 71% di utilizzatori di internet…. Bisogna però farsi trovare pronti alla rivoluzione digitale che è già in atto.

Come proteggere la privacy del cellulare

Il legame che una persona ha oggi con uno smartphone va ben oltre il normale utilizzo: il dispositivo racchiude all’interno tutta la nostra vita, lavorativa e personale, foto, video, informazioni sulla localizzazione, agenda, attività social e molto altro ancora. Questo significa che chiunque riuscisse ad accedere al vostro device potrebbe avere molte chances di violare la vostra vita privata su molti aspetti o addirittura di sfruttare tali informazioni per arrecarvi qualche danno, ad esempio rubando la vostra identità. Ecco come proteggere la privacy del cellulare.

Come proteggere la privacy sui cellulari

Una situazione che non tutti hanno bene a mente quando utilizzano quotidianamente i telefonini. Come proteggere la privacy del cellulare, quindi? Il tema è tornato prepotentemente in primo piano soprattutto dopo le rivelazioni dell’ex contractor dell’NSA, Edward Snowden, sulle attività di controllo e le intercettazioni ad ampio raggio degli utenti statunitensi e stranieri da parte dell’agenzia della sicurezza nazionale statunitense, con una scia di polemiche che continua ancora oggi, a distanza di due anni dallo scandalo.
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Ma prima di preoccuparci degli innumerevoli problemi derivanti dalle inquietanti attività di spionaggio da parte di governi e di altri enti, statali e non (un tema sicuramente da non sottovalutare, soprattutto nel mondo di oggi, connesso praticamente in ogni istante), vediamo com’è possibile imparare a difendere la privacy su cellulari, smartphone e tablet già nel nostro “piccolo”. Ecco alcuni punti importanti da tenere sempre a mente e mettere in pratica:

Qualità del suono superiore: Prova un suono nitido e fedele all’originale, mentre il Bluetooth 5 offre un accoppiamento più veloce e una connessione wireless stabile ed efficiente
Riconnessione in un unico passaggio: Basta estrarre gli auricolari dal case di ricarica e si collegheranno automaticamente al tuo telefono (dopo il primo accoppiamento)
Comodo controllo touch: Gestisci senza sforzo la riproduzione audio e le chiamate con il pannello tattile multifunzione e il microfono su ogni auricolare. Gli auricolari possono anche essere utilizzati da soli come un auricolare Bluetooth
Ottima durata della batteria: Gli auricolari da soli forniscono fino a 5 ore di uscita audio di alta qualità con una singola carica, e il case di ricarica inclusa fornisce altre 4 ricariche, per un totale di 25 ore di riproduzione
La confezione include: AUKEY Auricolari True Wireless EP-T21, Cavo Micro-USB, Tre paia di gommini, sacchetto per il trasporto, manuale d’uso, garanzia di 45 giorni per il rimborso e garanzia di 24 mesi per la sostituzione del prodottohttps://amzn.to/2SAmCu2

1. Non registrare informazioni troppo personali sul cellulare

Oggi, grazie ad applicazioni dedicate, come ad esempio KeyChain di Apple o i portafogli digitali offerti da Microsoft, Google e la stessa Mela morsicata, ci è possibile registrare tutta una serie di informazioni relative alle carte di credito, all’home banking e ad altri documenti strettamente personali (patente, carta d’identità, tesserino sanitario, etc…). Ovviamente questo tipo di sistemi offre un’adeguata sicurezza dei dati se usati correttamente.

Se, tuttavia, non siete sicuri di poter utilizzare al meglio queste app o potete farne a meno, o ancora non siete certi del livello di sicurezza pubblicizzato dalle società, tanto meglio: lo smarrimento o il furto del cellulare contenente tali informazioni non protette correttamente vi esporrebbero a rischi enormi. Furto di identità, clonazione delle carte e truffe digitali sono dietro l’angolo.

Lo stesso discorso vale anche se deciderete di vendere o buttare lo smartphone o il tablet: ripristinate il device alle impostazioni di fabbrica, eliminate tutti i backup presenti e le informazioni personali prima di disfarvene.

2. Proteggi il cellulare con password e codici

Per proteggere il device vi sono varie possibilità messe a disposizione sia dalla stessa casa produttrice, sia da applicazioni terze e dalla stessa compagnia telefonica. Citiamone alcuni:

  • il codice PIN della SIM, per fare in modo che spegnendo il telefono non sia più possibile accedervi con la scheda inserita e non sia possibile accedere alle info racchiuse nella SIM stessa;
  • il codice di sblocco dello schermo: una funzione presente praticamente su tutti gli smartphone e tablet, che consente all’utente di impostare un codice o anche “lucchetti grafici” per evitare l’accesso al telefono dopo il blocco display;
  • utilizzate app terze sviluppate da aziende credibili e attendibili, che permettono di proteggere il telefono ma anche singoli servizi, ad esempio criptando o bloccando con password la galleria delle foto, la cronologia chiamate, i messaggi o la rubrica telefonica;
  • attivate i servizi di protezione a distanza del vostro dispositivo, se presenti: ad esempio con iPhone è possibile attivare tramite iCloud “Trova il mio iPhone”, che riesce a localizzare il telefono nel caso in cui venga smarrito o rubato, ma che permette anche di cancellare i dati contenuti nell’iDevice a distanza o di farlo suonare. Ci sono servizi simili anche sulle piattaforme concorrenti Android e Windows Phone.

3. Come proteggere la privacy del cellulare con l’antivirus

Questo tema è abbastanza controverso e non tutti, quindi, hanno lo stesso parere. Android è senza dubbio la piattaforma più diffusa del pianeta e di conseguenza anche la più soggetta a virus e minacce. Il nostro consiglio è di tenere sempre gli occhi aperti, di scaricare applicazioni o altri contenuti solo da fonti attendibili (preferibilmente solo dagli store ufficiali) e sicure e di evitare l’accesso a siti di dubbia provenienza. Con questo comportamento non avrete bisogno di un software antivirus sul vostro smartphone o tablet.

Se, invece, preferite proteggervi perché non siete sicuri di poter riconoscere effettivamente le minacce, nessun problema: sul Play Store troverete molte soluzioni valide sviluppate dalle più note aziende informatiche. Affidatevi solo ed esclusivamente a società credibili. Dispositivi come iPhone e Windows Phone hanno decisamente meno minacce da cui difendersi rispetto ad Android, quindi il buon senso e una sufficiente attenzione sono già un’ottima protezione.

4. Occhio al Wi-fi pubblico

Se avete l’abitudine di connettervi su tipi di reti senza fili che non sia la vostra, fate attenzione: quando vi connettete ad una rete pubblica siate sicuri che navigando su Internet stiate utilizzando un protocollo criptato (https anziché http). Inoltre, diffidate da connessioni Wi-fi non protette: potrebbero essere degli inganni digitali aperti ad hoc che permetterebbero a malintenzionati di accedere ai dati del vostro telefono.

5. Attenzione allo spam

Link pubblicitari che vi rimandano a servizi non richiesti, pubblicità che se cliccate vi faranno attivare inconsapevolmente abbonamenti da diversi euro a settimana: lo spam è sempre in agguato, non solo nei pc, quindi attenzione a link o a banner condivisi su WhatsApp, su applicazioni non proprio attendibili, su apps social o via mail. Basterà evitare di accedervi cliccandovi sopra e sarete al sicuro.

6. Evita la localizzazione continua

E’ necessario dover tenere il GPS attivo anche quando non si utilizza un servizio di navigazione satellitare o mappe che necessitano della localizzazione? E’ necessario far sapere a tutti su Facebook o Twitter dove vi trovate in qualsiasi momento, tracciando continuamente i vostri spostamenti e rendendo pubbliche le tue abitudini quotidiane?

Questo è senza dubbio uno dei comportamenti più rischiosi che vi potrebbero esporre anche a situazioni ben più gravi (non mancano, ad esempio, casi di furti in casa organizzati da malviventi che tenevano sotto controllo i movimenti delle vittime via social network). Quando non è necessario, quindi, disattivate il GPS, il Wi-fi e altri sistemi di localizzazione: anche la batteria ve ne sarà grata!

I social network ci fanno davvero sentire meno soli?

Cosa dice la ricerca riguardo agli effetti dei social network sulle nostre relazioni e capacità sociali.

I social sono ormai parte integrante dei nostri rapporti umani ed è difficile immaginare la nostra quotidianità senza. Ma come influenzano davvero le nostre relazioni? Ci fanno sentire più o meno soli? La ricerca non dà ancora risposte chiare: da una parte si sottolinea la cattiva qualità delle relazioni virtuali, dall’altra si valorizza l’utilità dello strumento per arricchire le modalità di connessione con gli altri.  

A fronte della pervasività con cui i social sono entrati a far parte della nostra vita (cosa faremmo alla fermata dell’autobus nell’attesa? come potremmo condividere le foto delle vacanze con i nostri amici? come essere informati degli eventi presenti nella nostra città?) viene spontaneo interrogarsi su come abbiano modificato il nostro modo di pensare, di sentire e di stare con l’altro. Cosa dice la ricerca a questo riguardo? 

Perché utilizziamo i social network?

Nel 2017, i dati parlano di un uso dei social network in Italia da parte del 52 per cento della popolazione e, a livello globale, da parte di 2,8 miliardi di utenti (più di un terzo della popolazione mondiale).

La ricerca ha evidenziato cinque motivazioni principali che ci spingono all’uso della comunicazione online:

  1. mantenere relazioni e rimanere sempre in contatto con i propri amici e familiari
  2. incontrare e conoscere persone nuove
  3. compensare eventuali difficoltà di relazione e comunicazione presenti nei rapporti offline
  4. essere parte di un gruppo sociale e di una comunità
  5. divertirsi.

Quattro motivazioni su cinque hanno una natura strettamente relazionale e interpersonale. Le relazioni sono sempre state e si confermano una delle principali spinte che sorreggono le nostre scelte e le nostre azioni, incluso l’uso dei social network.

Ma i social ci rendono davvero meno soli?

I social danno per definizione la sensazione di essere “in contatto” e di essere “sociali”. Sembrano, di fatto, inserirsi nei nostri spazi di solitudine, riducendola. Ma è davvero autentica questa percezione? O alla lunga, i social peggiorano la nostra capacità di creare legami intimi e autentici?

Durante il suo discorso per la vittoria del premio Hamingway 2014, Zygmunt Bauman, sociologo polacco, ha affermato “Mark Zuckerberg ha capitalizzato 50 miliardi di dollari puntando sulla nostra paura di essere da soli, ed ecco Facebook“. E ha aggiunto “usando questi social mi metto in una cassa di risonanza, dove mi aspetto che tutti mi diano ragione. È una sorta di stanza degli specchi in cui non ci si confronta, non ci si espone realmente al dialogo che, invece, presuppone che io voglia espormi a qualcuno che la pensa in modo diverso, correndo anche il rischio di essere messo in discussione e di avere torto”.

I pro dei social network

È innegabile che i social abbiano consentito un abbattimento dei confini spazio-temporali: grazie a Facebook è diventato possibile recuperare amicizie perdute da tempo o lontane, ricontattare vecchi compagni di scuola, conoscere persone nuove senza dover uscire di casa.

I social ci aiutano a rimanere costantemente in contatto con i nostri amici, a organizzare un evento, a condividere momenti della nostra vita e a essere sempre aggiornati sulla vita altrui. Ci sostengono nel portare avanti cause umanitarie o a diffondere una petizione, promuovere eventi sociali o la propria attività lavorativa, scambiare opinioni politiche, discutere di cronaca, sentirci parte di una comunità.

Per i più timidi, i social facilitano la rivelazione di aspetti intimi di sé e consentono di mostrarsi all’altro senza il timore, talvolta presente nelle interazioni faccia a faccia, di dire la cosa sbagliata, di non essere sufficientemente attraenti o di risultare goffi e impacciati. Ciò facilita gli approcci, le nuove conoscenze e offre occasioni che la vita reale non sempre garantisce.

I contro dei social network

Attraverso internet però i rapporti umani assumono inevitabilmente una nuova forma: più semplice e accessibile ma, allo stesso tempo, più indiretta e mediata di quella a cui erano abituati i nostri nonni. Il corpo e la comunicazione non verbale trovano minore spazio e se ciò, da un lato, semplifica le relazioni, dall’altro le priva di una dimensione fondamentale di vicinanza e contatto autentico.

Inoltre, osservare la vita altrui attraverso i social può generare distorsioni e farci sentire meno realizzati e felici degli altri. I social ci offrono tanto la possibilità di accedere in maniera semplice alla socialità quanto di averne una visione distorta, ostacolando quindi un successivo accesso ad una socialità “fisica” e la possibilità di presentarci agli altri con i nostri difetti, con le nostre difficoltà e con i nostri momenti bui.

Cosa dice la ricerca?

Una ricerca del 2011, trova le possibili risposte a queste domande in due teorie predominanti in letteratura sull’uso dei social nei giovani: la teoria del Disimpegno e la teoria della Stimolazione.

La teoria del Disimpegno si fa portavoce delle conseguenze negative che i mezzi di comunicazione online hanno sul benessere psicologico: da un lato, sottraggono tempo che potrebbe essere dedicato ad amicizie “reali”, dall’altro, stimolano la tendenza dei ragazzi a intrattenere relazioni con sconosciuti, di breve durata e non emotivamente significative.

La teoria della Stimolazione, al contrario, sostiene che la comunicazione online permetta di arricchire il contesto relazionale e rappresenti un’opportunità di crescita e adattamento sociale. Tale teoria è sostenuta da ricerche che mostrano come i social e le applicazioni di instant messaging come Messenger o WhatsApp favoriscano la qualità delle relazioni interpersonali dei giovani. Inoltre, ulteriori ricerche hanno messo in evidenza come il mondo online possa, talvolta, configurarsi come trampolino di lancio per il mondo offline e rappresentare uno strumento che consente di consolidare le relazioni amicali già esistenti. Nel 2006 Amichai-Hamburger e McKenna scrivevano “Internet ha un enorme potenziale per creare contatti sociali effettivi. Le sue caratteristiche uniche costituiscono un’ottima base: permette, per esempio, di creare un ambiente sicuro, diminuire l’ansia, ridurre le distanze geografiche, contenere notevolmente i costi e favorire il contatto intimo e la cooperazione“.

In generale, sembrerebbe che gli effetti dell’uso dei social dipendano da diversi fattori, fra cui le caratteristiche di personalità. Per esempio, sembrerebbe che le persone estroverse utilizzino i social network per migliorare ulteriormente la loro rete sociale, mentre gli introversi li utilizzino per compensare le loro difficoltà relazionali trovando supporto e compagnia.

consumismo

IL  consumismo è uno degli aspetti più controversi delle moderne società occidentali poiché coniuga fattori positivi con altri negativi e un giudizio negativo globale non può comunque prescindere da un’analisi approfondita. Prima di esaminarlo, diamo la definizione classica: il consumismo consiste nell’aumento dei consumi, sostenuto in gran parte dalla pubblicità, con effetto espansivo sulla produzione e ulteriore bisogno indotto di nuovi consumi.

Gli aspetti positivi del consumismo

Il consumismo è sicuramente legato al fatto che la società in cui si diffonde è economicamente avanzata. Infatti, una caratteristica del consumismo è che tocca un ampio strato della popolazione e quindi è indice di ricchezza non marginale. Il consumismo è quindi tipico dei Paesi più ricchi. Questa affermazione può non essere condivisa da chi continua a vedere le difficoltà economiche di questi Paesi, ma è indubbio che parlare di consumismo in uno Stato del Terzo Mondo sarebbe abbastanza assurdo.

Sicuramente il consumismo sostiene una parte dell’economia di questi Paesi e va compreso quando e come promuoverlo. L’attuale eccessiva propensione a esso deve essere corretta in base a una valutazione razionale degli aspetti positivi.

Gli aspetti negativi del consumismo

Gli aspetti negativi sono essenzialmente di ordine economico e psicologico.

Dal punto di vista economico, già il marxismo metteva in guardia dal santificare i consumi, ma il fatto che il consumismo interessi ampi strati della popolazione lo rende un pericoloso fattore di instabilità sociale. Se da un lato dovrebbe sostenere la produzione, dall’altro, in momenti di crisi, può deprimere ulteriormente i ceti meno abbienti comunque entrati nella spirale consumistica. Non è difficile notare che molti degli intervistati sulle difficoltà economiche di un Paese sono vittime comunque di un consumismo ormai irrinunciabile, per esempio la persona che racconta come sia difficile arrivare a fine mese e poi nell’aspetto rivela un’attenzione a tante costose frivolezze.

Dal punto di vista psicologico, il consumismo amplifica la sindrome del compratore in colui che identifica la soddisfazione esistenziale nell’acquisto e nel consumo di beni materiali.

L’inclinazione allo shopping è l’esempio più classico di questa sindrome che è ampiamente diffusa nella popolazione. Chi, in giro per turismo o per semplice piacere, non prova il desiderio di acquistare comunque e sempre qualcosa, a prescindere dai propri bisogni reali? Chi non si circonda di cose del tutto inutili semplicemente perché “carine”? Chi non ha nel guardaroba abiti messi solo due o tre volte (con un “costo per occasione” stratosferico!)? Chi non ha nella biblioteca libri che non ha mai avuto il tempo di aprire? Sotto questa luce psicologica, il consumismo è l’acquisto di merci che poi non servono a nulla di concreto. Ed è sicuramente negativo.

La correzione di questi problemi consiste quindi nell’indirizzare verso i consumi veramente utili all’incremento della qualità della vita (consumismo qualitativo).

Consumismo

Una caratteristica del consumismo è che tocca un ampio strato della popolazione e quindi è indice di ricchezza non marginale.

Consumismo e personalità

Potrebbe sembrare che la personalità degli apparenti sia quella più interessata perché l’acquisto è il primo anello della catena che li fa apparire. Paradossalmente, a loro anche ciò che inutile serve… per apparire. Se è vero che il consumismo è molto diffuso fra gli apparenti, non sempre è così poiché non è detto che un apparente sia vittima della spirale consumistica; se è abbastanza accorto economicamente, per lui l’acquisto non è una droga (in fondo gli basta avere una Ferrari!).

In realtà, la personalità che non sfugge al fenomeno è quella dei sopravviventi; infatti la sindrome del compratore tende a colmare un vuoto esistenziale, a dare un senso alle giornate, rivelando una sostanziale insoddisfazione della vita che, a differenza che negli insoddisfatti (che sono tali per perfezionismo), tendono a colmare con stratagemmi vari, uno dei quali è appunto il consumo immotivato.

Per il resto, il consumismo è un fenomeno trasversale nelle personalità e tende a essere una conseguenza piuttosto che una causa. Per esempio, nell’irrazionale la tendenza al consumo è spesso causata da un’assoluta incapacità di resistere a messaggi pubblicitari ingannevoli (“devo dimagrire? Compro l’ultimo ritrovato!”); nel debole il consumo è spesso provocato o imposto da altri ecc.

Come vivere i consumi

È fondamentale farsi la domanda di San Francesco: serve? A chi è dotato di spirito critico tale domanda consente di evitare le lusinghe della pubblicità più accattivante o più ingannevole (nel senso che crea falsi bisogni per stimolare all’acquisto).

Nell’articolo quando i soldi non bastano mai viene evidenziata la corretta strategia conseguenza di questa domanda, evitando di cadere vittima dei consumi. Dal punto di vista psicologico è qui interessante notare come il consumismo faccia a pugni con la semplicita’del soggetto e quindi predisponga a essere apparenti.

Non si deve invece confondere con il consumismo qualunque propensione all’innovazione tecnologica, purché ragionevole, né quella di voler sostituire a minori costi ciò che è ormai vecchio, guasto o comunque superato.

Cenni storici

Se già Karl Marks aveva individuato nel capitalismo una certa tendenza al consumo (che definì in modo alquanto pittoresco come feticismo della merce), per parlare di consumismo come fenomeno di massa è necessario attendere il termine della seconda rivoluzione industriale; in molti Paesi interessati da questo epocale cambiamento, infatti, le persone iniziarono a comprare, oltre ai beni di prima necessità, anche quelli secondari e superflui.

Fu poi negli anni ’60 del secolo scorso che le economie degli Stati Uniti d’America e dei Paesi dell’Europa occidentale attraversarono un grande periodo di espansione che, unito a leggi che ridussero molte diseguaglianze economiche, fece sì che in questi Paesi si raggiungesse una prosperità che fino a quel momento era praticamente sconosciuta ai più; l’arricchimento generale portò a un notevole incremento della domanda di moltissimi beni di consumo; nel corso degli anni, il consumismo è stato poi aiutato dalla grande diffusione di strumenti che favorivano il credito al consumo, in primis le carte di credito e le vendite a rate.

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l riscaldamento globale e il cambiamento climatico

Un problema oramai radicato nell’agenda politica di numerosi partiti e governi, un tema scottante e molto importante del quale sentiamo parlare quotidianamente ma che conosciamo, spesso, troppo poco. I ghiacciai si sciolgono, le temperature aumentano, il livello del mare si innalza vertiginosamente e un numero sempre maggiore di disastri ambientali si verifica in diverse parti del mondo. Tutti fattori, questi, riconducibili ad un unico, grande fenomeno: il riscaldamento globale.

Le prime ricerche sul tema risalgono alla fine del diciannovesimo secolo con lo studioso svedese Svante Arrhenius che propose una tesi innovativa secondo cui il clima di una determinata zona del nostro pianeta è marcatamente influenzato dalla presenza di anidride carbonica nell’aria. Il riscaldamento globale è infatti dovuto, principalmente, all’aumento delle concentrazioni nell’atmosfera non solo di quest’ultima ma, in generale, di tutti quei gas definibili come “serra”, così detti per via della loro capacità di catturare il calore del sole e di impedirgli di ritornare nello spazio, processo che rinveniamo proprio nel caso delle strutture adibite alla crescita di piante e fiori.

In generale, la CO2 è responsabile del 63% del riscaldamento globale mentre gli altri gas serra, nonostante la loro minore emissione, spesso catturano il calore mille volte di più rispetto al primo. Esistono difatti diverse tipologie di questi gas come il metano (CH4), l’esafluoruro di zolfo (SF6), il protossido di azoto (N2O) e lo stesso vapore acqueo (H2O) con la produzione di alcuni tra essi che è legata soprattutto ad attività di matrice strettamente antropogenica.

La deforestazione scellerata messa in atto dall’uomo, ad esempio, svolge un ruolo chiave nel processo di produzione. Le piante, infatti, sono importanti nell’assorbimento continuo di anidride carbonica dall’atmosfera, azione che risulta impossibile nel momento in cui grandi estese di alberi vengono totalmente rase al suolo per far spazio a centri urbani o strutture costruite dall’uomo. Non meno importante nel quadro generale del riscaldamento globale l’allevamento intensivo, la combustione di fossili per la produzione di energia e le discariche, decisive nell’aumento della presenza di metano nell’aria.Il cambiamento climatico è dunque, come detto, un problema tangibile capace di interessare ogni zona del nostro pianeta con effetti e fenomeni differenti. Le temperature rischiano di aumentare vertiginosamente con gli studiosi che prevedono la possibilità di un aumento di ben 4 gradi centigradi delle temperature mondiali previsto per l’inizio del prossimo secolo. Un numero spaventoso se si considera che l’obiettivo dovrebbe essere quello di mantenere l’aumento delle temperature medie del nostro pianeta entro o intorno ai 2 gradi Celsius.
A tutto ciò sono certamente correlate delle conseguenze disastrose per la Terra. I ghiacciai si sciolgono generando un aumento del livello degli oceani e dei mari che potrebbero innalzarsi per più di 18-59 cm entro i prossimi cento anni rischiando di sommergere interamente alcune aree del globo. Nell’Europa centro-meridionale, ad esempio, quella spesso denominata come parte mediterranea del continente, sono sempre più frequenti le ondate di calore, i periodi di siccità e gli incendi forestali che si alternano spesso ed inspiegabilmente ad improvvise alluvioni e piogge torrenziali. Questi fenomeni causano non pochi disagi alla popolazione, soprattutto nelle zone urbane, dove le infrastrutture e le comuni abitazioni sono esposte a più riprese a pericoli elevati con ingenti costi per l’economia legati anche alle difficoltà riscontrate in un ambito come quello dell’agricoltura.
I cambiamenti climatici sono poi chiaramente legati all’estinzione di svariate specie animali, non predisposte alla vita in zone caratterizzate da elevate temperature e incapaci di migrare altrove. Alcune stime prevedono ad esempio che la popolazione di orsi polari attualmente presente sul nostro pianeta possa rischiare di essere decimata del 30 % a causa degli effetti del clima.

Strettamente connesso al tema del riscaldamento globale vi è poi quello dell’inquinamento. Le ingenti quantità di gas serra nell’atmosfera infatti non solo aumentano la temperatura del nostro pianeta ma, al contempo, rendono l’aria molto difficilmente respirabile per noi esseri umani e ci espongono quotidianamente a pericolosi rischi per la nostra salute. I dati sono spaventosi: l’inquinamento atmosferico uccide sette milioni di persone all’anno con il 90 per cento della popolazione del nostro pianeta che abita attualmente in aree dove l’inquinamento è nettamente sopra i livelli standard. Recenti studi hanno inoltre collegato gli elevati livelli di inquinamento a malattie respiratorie, diabete, ictus e infarti.

Ma se la situazione è così drastica, come si sta cercando di risolvere il problema?
La soluzione migliore sarebbe quella di limitare la produzione di gas serra. Per questo motivo molti paesi si stanno impegnando nella ricerca e nell’utilizzo di fonti di energia rinnovabili quali, ad esempio, quelle solare ed eolica. Paesi altamente inquinati come la Cina e l’India si stanno attrezzando per cercare di migliorare la situazione a tal proposito. Nel primo caso, ad esempio, si stima che le fonti rinnovabili potrebbero coprire a breve la produzione totale di energia elettrica del paese. Un’ottima notizia se solo si pensa che nella top ten dei centri abitati più inquinati del mondo cinque città siano indiane e due cinesi.

Il Protocollo di Kyoto, sottoscritto nel 1997 ed entrato in vigore il 16 febbraio del 2005, è il primo trattato internazionale siglato con l’obiettivo di ridurre drasticamente le emissioni di gas dei principali paesi industrializzati. Nonostante un iniziale rifiuto nei confronti del trattato da parte del Senato e di George W. Bush, gli Stati Uniti hanno poi svolto un ruolo importante nella riduzione dell’inquinamento soprattutto a partire dalla presidenza Obama.

Per quanto concerne l’Europa in particolare, i vari paesi si sono posti come obiettivo da perseguire e raggiungere entro il 2020 la riduzione del 20 % delle emissioni di gas rispetto ai valori registrati negli anni 90. Siamo nell’ambito della strategia Europa 2020 sulla base della quale numerosi stati membri si stanno impegnando a migliorare la situazione dal punto di vista dell’inquinamento non solo all’interno dei propri confini mediante la cosiddetta “condivisione dello sforzo” ma, al contempo, sfruttando la possibilità di scambio di quote di gas serra tra di essi. Come nel caso di India e Cina, anche molti paesi europei si stanno impegnando nell’utilizzo di fonti di energia rinnovabile. Per quanto concerne il caso italiano, ad esempio, secondo quanto evidenziato dal Renewables 2018 Global Status Report, il resoconto sulle energie rinnovabili utilizzate dai vari paesi nel 2018, la penisola è quinta nel mondo nella particolare classifica delle strutture adibite alla ricezione di energia solare con un buon sfruttamento inoltre di energia idroelettrica ed eolica.

L’obiettivo generale europeo è quello di riuscire a ridurre di un buon 40 % le emissioni totali di gas serra rispetto al 1990 entro il 2030. Un fine perseguire a tutti i costi se si vuole cercare di svolgere un ruolo chiave nel tentativo di miglioramento delle condizioni del nostro pianeta, per troppo tempo messo a dura prova dal comportamento scellerato dell’essere umano.

Trovare lavoro dopo i 55 anni

Perdere il lavoro, a qualsiasi età, è un’esperienza dura, talvolta difficile da metabolizzare. Ritrovarsi senza lavoro dopo i 55 anni rischia di essere un’esperienza particolarmente frustrante, piena di incognite e con un percorso tutto in salita.

Fatta questa doverosa premessa vediamo cosa è possibile fare per rendere questo periodo di transizione un’esperienza il più possibile produttiva.

A differenza di quello che il buon senso suggerirebbe è sconsigliabile rimettersi subito, a testa bassa, a ricercare un lavoro. Le prime settimane, talvolta i primi mesi dal momento della chiusura di un rapporto di lavoro, vanno dedicati a prendersi cura di sé. E’ come quando improvvisamente ci si ammala, si prende una brutta polmonite: è necessario curarsi, guarire e poi concedersi un periodo di “convalescenza”.

Tradotto in atteggiamenti e comportamenti concreti significa prendersi del tempo, dare spazio al crogiolo di emozioni che caratterizzano questi momenti (rabbia per la percezione di ingiustizia, paura del futuro, tristezza della perdita, sorpresa, precarietà) e poi iniziare a riflettere sulla propria situazione, personale e familiare.

Il pericolo di “darsi immediatamente da fare” è quello di giocarsi buone carte nel momento e con le modalità sbagliate!

Riflettere sulla propria situazione significa, ad esempio, osservare la propria storia professionale, gli snodi critici che la hanno caratterizzata, le esperienze più significative, le decisioni che la hanno indirizzata verso un senso o un altro. Lo sguardo in questa primissima fase dovrebbe essere il più possibile “generoso” verso se stessi, riconoscente delle piccole o grandi cose realizzate.

Questa riflessione, se ben vissuta, dovrebbe portare ad una presa di coscienza realistica di quello che realmente sappiamo fare e che quindi possiamo mettere a disposizione di una nuova esperienza professionale. Qui è bene essere “spietati” nel mettere a fuoco competenze, capacità, punti di forza e debolezza.

In questo momento una delle attenzioni da avere, specialmente se il curriculum è vasto e pieno di esperienze, va contro l’istinto. E’ fondamentale invece avere la capacità di scegliere cosa togliere dal racconto della propria esperienza professionale. L’istinto, l’orgoglio, porterebbero ad “aggiungere”, ad esempio a scrivere un curriculum lungo e dettagliatissimo; la ragione deve portare invece a “togliere” quello che è superfluo, che non è più adeguato ai tempi o alla età, che renderebbe troppo ingombrante la rappresentazione professionale di noi stessi, che potrebbe perfino spaventare chi ci legge o ci ascolta.

Cercare lavoro … è un lavoro!      Dopo i 55 anni è un lavoro tosto, complesso, che richiede la capacità di utilizzare al 100% le nostre migliori risorse emotive e cognitive. E’ fondamentale quindi concentrarsi su tutte le attività che dipendono direttamente da noi. E lasciar perdere, almeno in parte, quello che dipende dagli “altri”: dal mercato del lavoro, dalle aziende, dalle società di ricerca del personale.

Dedicare attenzione e mettere energia nel migliorare la nostra performance, la nostra prestazione: il risultato, come ben sa chi fa sport, dipende anche da fattori che noi non possiamo controllare e che quindi non dipendono da noi.

E’ un’ottima strategia concentrarsi invece su quello di cui si è direttamente responsabili:

  • lo stato emotivo con cui si decide di vivere questa esperienza,
  • il modo in cui ci si prepara e si presentano i motivi per cui dare un lavoro proprio a noi sarebbe un affare per un potenziale datore di lavoro,
  • il metodo e la tenacia con cui si utilizza in questa fase il network, personale e professionale.

C’è tanto da dire ancora: ne riparliamo in una prossima puntata!

Abbiamo davvero bisogno di uno smartphone?

Possedere uno smartphone non rappresenta più uno status-symbol, perché ormai la tendenza è così diffusa che quasi ci si sente vintage a possedere un telefono cellulare classico. Ma ne abbiamo bisogno davvero? La risposta non può essere sì o no, ovviamente, date le innumerevoli sfumature della società che hanno contribuito a formare figure professionali, e non, talmente eterogenee da necessitare bisogni differenti. Uno smartphone è un computer portatile tascabile, o è un telefono cellulare particolarmente evoluto?

LO SMARTPHONE RENDE LA VITA PIÙ SEMPLICE

La dipendenza che crea uno smartphone dipende dall’uso che se ne fa: infatti è come un normale telefono cellulare, se ci si limita alle chiamate e ai messaggi: e-mail, applicazioni, internet, instant chat, sono tutte funzioni che possono essere tranquillamente adottate solo in caso di necessità. In questo senso uno smartphone rende la vita più semplice, permettendo la consultazione online (quasi) ovunque ci si trovi, oppure sostituendo il Gps quando ci si perde, fino a trasformarsi in un utile passatempo mentre si è in attesa. Quante volte si necessita un’informazione importante, fuori casa, e grazie ad un collegamento ad internet la si ottiene?

Le innumerevoli applicazioni consentono una facilità di azione e di interazione che alla lunga, però, porta ad un assuefazione tale da cui non si riesce a guarire.

LO SMARTPHONE RENDE PIÙ STUPIDI

Ed ecco quindi che possiamo introdurre l’altro lato della medaglia, quello ‘oscuro’ degli smartphone. Ogni volta che abbiamo bisogno di qualcosa e la troviamo con un solo click, la realtà assume due aspetti opposti: quello del trionfo tecnologico, da un lato, e quello dell’abbandono delle nostre capacità critiche e istintive di sopravvivenza.

Esattamente come accade quando ad un predatore viene servita una preda come pasto.

Tutta la tecnologia, così come la scienza in generale, se utilizzata in modo opportuno ed oculato, offre un aiuto indispensabile all’umanità; ma dal momento in cui viene abusata o diventa uno strumento a scopo di lucro, può causare danni seri. Un esempio: tra i ragazzi dai 15 ai 20 anni di oggi, quanti hanno sfogliato un’enciclopedia o aperto il vocabolario per reperire le informazioni di cui necessitano? Per loro è più naturale ‘googlare’ e il gioco è fatto.La loro Bibbia è Wikipedia.

LO SMARTPHONE RENDE SCHIAVI

Dal punto di vista lavorativo, lo smartphone è una spada di Damocle: la sua assoluta portabilità non accetta scuse, deve essere sempre con noi, ovunque.

Il problema è legato soprattutto all’aspettativa che si crea nelle altre persone, soprattutto in campo lavorativo, perché spesso non si può dire: ‘non rispondo’ o ‘non leggo l’e-mail’. Se possiedi uno smartphone ce l’hai sicuramente appresso, visto che serve anche per comunicare con amici e parenti (almeno fino a quando c’era il portatile si riuscivano ad esulare alcune situazioni). Quindi, se in possesso di uno smartphone, si ha l’obbligo di essere reperibili.

Purtroppo, soprattutto chi lavora con serietà e non riesce a venire meno ai propri obblighi, non riuscirà mai a non rispondere alle e-mail, quindi lo smartphone che tiene in tasca rappresenta una sorta di guinzaglio con pulsante di richiamo pronto a scattare da un momento all’altro.

LO SMARTPHONE RENDE LIBERI

Liberi da fili, gadget, ecc., perché con uno smartphone si sostituiscono, con un solo colpo, PDA, lettore Mp3, Gps, telefono cellulare, videocamera, fotocamera e computer (benché nella sua funzionalità base). Quindi in un solo dispositivo se ne racchiudono almeno quattro o cinque.

Meno ingombro, meno fili, meno pensieri. Inoltre la libertà, paradossalmente, è concessa anche dagli stessi fattori che causano dipendenza, cioè internet e le varie applicazioni. Come già accennato, un loro utilizzo limitato e ponderato è davvero utile in molte situazioni, permettendo un notevole risparmio di tempo ed energie.

LO SMARTPHONE DISTRUGGE I RAPPORTI SOCIALI

Basta andare in un ristorante o in pub per vedere come le persone stiano con i loro smartphone in mano, sostituendo chat, foto, bacheche e tweet alla conversazione. Altro incredibile paradosso: lo smartphone è stato il propulsore dei social network, quindi ha penalizzato la socializzazione reale a vantaggio di quella virtuale.

A questo punto potremmo cominciare ad abbozzare una risposta alla domanda del titolo: non abbiamo assolutamente bisogno di uno smartphone, ma un suo utilizzo moderato ed idoneo alle circostanze può renderci più facile la vita. In pratica, se non ce l’abbiamo, non possiamo sopravvivere senza problemi, e forse anche con qualche apprensione in meno.

Per i genitori con bambini piccoli, può essere utile avere un dispositivo portatile e comodo per leggere ed inviare e-mail, così da poter accompagnare i figli al parco, seguendo comunque il proprio lavoro; per chi è sempre stressato e oberato di impegni, sapere di uscire dall’ufficio con l’incombenza di una notifica di lavoro non appena si è seduto in macchina, possedere uno smartphone non rappresenta il picco della felicità.

Last, but not least, la presunta nocività degli smartphone, causata dall’elevato indice di assorbimento SAR..

Quasi tutti hanno uno smartphone, quindi possono dare un’opinione e un giudizio in merito a questa discussione.

Inoltre il ruolo di questi nuovi telefoni diventa sempre più importante, per cui mi chiedevo se dobbiamo cominciare a mettere un freno alla loro invasività, o se lasciare che le loro funzionalità diventino così importanti da creare una dipendenza patologica.

EPIDEMIA DI MASSA IN CINA: CORONA VIRUS: UN NUOVO SVILUPPO DAI BIO-LABORATORI DEL PENTAGONO?


Il coronavirus, una malattia polmonare fatale, si sta attualmente diffondendo in Cina. Il virus ha anche raggiunto l’Europa e gli Stati Uniti e finora si è diffuso rapidamente in Cina. Dal 2017, è noto che il Pentagono gestisce laboratori biologici in tutto il mondo che si trovano ai confini di Russia, Cina e Iran.
Pertanto, almeno non si può escludere che gli Stati Uniti abbiano rilasciato il virus sull’arcinemia cinese al fine di testare il loro virus mortale sugli umani o addirittura semplicemente per voler uccidere un gran numero di persone. Negli ultimi anni, gli Stati Uniti si sono affermati come l’assassino di massa numero 1, che ha creato intere milizie terroristiche come Al Qaeda o ISIS attraverso i confini, prima di correre per aiutare come soccorritore dal terrorismo come una forza di polizia globale.

Alla luce di queste connessioni, una tale presunzione di diffusione di virus mortali in Cina e in tutto il mondo è inizialmente una “teoria della cospirazione astrusa” per la stampa occidentale di proprietà degli Stati Uniti, ma non è inverosimile.

Nel 2018, è stato rivelato che gli Stati Uniti gestiscono un programma di armi biologiche in Georgia che è ermeticamente protetto dal mondo esterno e non sotto il controllo di organizzazioni internazionali. Ci sono anche un’altra dozzina di tali laboratori in Ucraina, dove armi biologiche come virus mortali vengono testate sull’uomo come se fossero topi da laboratorio.

Il virus nCoV 2019 prende di mira le vie respiratorie e provoca tosse, febbre e difficoltà respiratorie. Il liquido può essere scaricato dai polmoni, le vie aeree possono essere pulite e dilatate e l’ossigeno può essere rilasciato attraverso la maschera. Tuttavia, questi sono solo modi per alleviare i sintomi.

Gli antibiotici sono inutili contro i virus: se hai un virus, il medico ti dice di riposare molto e ti dà un lecca-lecca. Gli antibiotici aiutano solo contro Bak Contro un virus, il sistema immunitario del tuo corpo è la tua unica linea di difesa. L’unica vera protezione contro i virus esterni sono i vaccini, ma il loro sviluppo può richiedere molto tempo e non è sempre efficace. Quando il virus muta e il vaccino diventa inutilizzabile, l’influenza si verifica quasi ogni inverno quando i medici giocano a indovinare quali ceppi di influenza si diffonderanno quest’anno.

Laboratorio Biologico USA in Georgia

Alcuni hanno ipotizzato che 2019-nCoV sia in realtà una grave sindrome respiratoria acuta (SARS) che ha ucciso quasi 800 persone in Asia nel 2002. L’analisi del DNA del 2019-nCoV ha dimostrato che è molto simile alla SARS, essenzialmente una forma modificata. Tuttavia, i funzionari cinesi stanno cercando di distanziare questo nuovo bug dalla SARS. Forse temono che il nome farà prendere il pubblico dal panico . Finora, il messaggio “Keep Calm and Carry On” sembrava essere in vigore: i pendolari a Pechino non erano eccessivamente preoccupati per il 2019 , sebbene cinque casi siano stati confermati nel paese.

E naturalmente c’è una «teoria della cospirazione» su Wikipedia sull’epidemia di SARS in Cina a cui non dovresti credere. Non perché il programma di armi biologiche degli Stati Uniti potesse avere qualcosa a che fare con esso. Tuttavia, erano emerse nuove intuizioni sul programma di armi biologiche degli Stati Uniti e circa 15 anni dopo si è sviluppata l’epidemia.

A questo proposito, non è inverosimile che il Pentagono metta alla prova le sue armi sui cinesi, di cui il regime americano crede che ci siano comunque numeri più che sufficienti.

15 falsi miti e verità sorprendenti sulla demenza e sul morbo di Alzheimer. #1 NON sono le stessa cosa

Ci sono circa 50 milioni di persone nel mondo che convivono con la demenza. È il termine ombrello per i sintomi causati da varie malattie – più comunemente dall’Alzheimer. Questo numero dovrebbe salire a 152 milioni nel 2050, secondo l’Alzheimer’s Research Uk.

Nonostante l’enorme impatto che la demenza ha sull’economia e sui mezzi di sussistenza della gente, circola ancora molta disinformazione al riguardo. Ci sono anche alcuni fatti di cui le persone ancora si sorprendono.

Abbiamo parlato con l’Alzheimer’s Research Uk per scoprire in cosa normalmente le persone sbagliano, e cosa spesso non sanno, riguardo alla demenza senile.

1. La malattia di Alzheimer e la demenza NON sono la stessa cosa

La demenza è un termine usato per sintomi quali confusione, perdita di memoria, cambiamenti dell’umore e cambiamenti di personalità. Ci sono una serie di condizioni che possono causare demenza, non solo l’Alzheimer. Le più comuni sono la malattia di Alzheimer, la demenza con corpi di Lewy, la demenza vascolare e la demenza frontotemporale.

“A volte la gente mi dice, oh, lei ha la malattia di Alzheimer, ma non soffre di demenza … Ma in realtà, se hai la malattia di Alzheimer e stai mostrando sintomi, allora hai la demenza“, ha detto Laura Phipps, il responsabile delle comunicazioni e del coinvolgimento presso l’Alzheimer’s Research UK. “La demenza è solo una parola per i sintomi“.

2. Le persone reagiscono in modo diverso alle parole

Sebbene la demenza e l’Alzheimer siano spesso confuse, le persone tendono ad avere reazioni diverse all’udire ciascuna parola.

“Quando chiedi loro di pensare alla malattia di Alzheimer, la metteranno insieme ad altre condizioni di salute fisica, come malattie cardiache, ictus, cancro, diabete”, ha detto Phipps. “E quando chiedi loro di pensare alla demenza, non sanno cosa farsene e tendono a inquadrarla con cose come l’età e la salute mentale”.

Quindi, anche se la demenza è causata da malattie come l’Alzheimer, la parola stessa è confusa con l’essere più un disturbo mentale che qualcosa causato da una malattia fisica.

3. La demenza NON è una parte inevitabile dell’invecchiare

Un malinteso comune è che diventi un po’ smemorato quando invecchi, quindi la demenza si riduce a quella cosa inevitabile che succede alla maggior parte delle persone.

“Diranno, ‘oh sì mia nonna aveva la demenza ma era molto vecchia,’ quindi la frase è seguita da una sorta di scusa che è ok averla se si è vecchi”, ha detto Phipps. “E così penso che questo causi un tipo di visione nella società secondo cui le malattie che causano la demenza non sono così importanti perché non c’è molto che tu possa fare contro di loro”.

Ma questo non è vero. La demenza è causata da malattie. Le persone capiscono che il cancro è una malattia, che non ti tocca averlo e che non è giusto, ha detto Phipps, ma questo non è ancora universalmente accettato dalle persone quando si tratta di demenza.

4. Sono più i 90enni che non sono affetti da demenza di quanti la hanno

Una volta che le persone arrivano a 90 anni, è più probabile che non abbiano le malattie che causano la demenza piuttosto che averne.

Phipps ha detto che la ricerca sulla demenza è indietro rispetto a molte altre ricerche perché hanno una difficoltà in più da superare. Poiché la gente pensa che la demenza sia inevitabile, è meno probabile che voglia sostenere e finanziare la ricerca.

5. Quasi la metà degli adulti non si rende conto che causa la morte

Un’indagine dell’Alzheimer’s Research Uk ha rilevato che il 51% degli adulti riconosce che la demenza porta alla morte. Ciò significa che quasi la metà non si rende conto, anche se è la principale causa di morte nel Regno Unito in questo momento.

“Queste sono malattie fisiche che alla fine sono terminali – accorciano la tua vita”, ha detto Phipps. “Ma le persone non lo riconoscono, e anche questo dimostra solo che c’è una mancanza di serietà al riguardo.”

“Senti che la gente scherza a riguardo, come quando ti viene detto ‘oh, ma che hai l’Alzheimer?’. E in realtà non scherzeresti su qualcuno che ha un’altra malattia terminale, non è appropriato farlo nella società, ma la gente continuerà a farlo con la demenza perché non riconoscono che le malattie che causano la demenza come l’Alzheimer sono terminali e metteranno fine alla vita in anticipo. ”

6. Un cervello colpito dal morbo di Alzheimer può pesare 140 grammi in meno rispetto a un cervello non affetto.

Nel 2016 c’è stata una campagna per l’Alzheimer nel Regno Unito, denominata “Share the Orange” perché un cervello che è affetto da Alzheimer può pesare fino a 140 grammi in meno di un cervello sano, più o meno il peso di un’arancia.

In realtà è un’enorme quantità di cervello che viene perduta, ma non puoi vederlo”, ha detto Phipps. “Quindi se qualcuno andasse in giro con solo il 75% della propria gamba, probabilmente lo noteresti e potresti trattarli meglio o dargli un po’ di tregua o aiutarli, mentre con la demenza non puoi vedere quell’effetto fisico.

7. Ci sono più sintomi della sola perdita di memoria

C’è una visione leggermente semplificata della demenza secondo cui si tratta di diventare smemorati quando si invecchia. La perdita di memoria è il sintomo più comune, ha detto Phipps, ma ce ne sono molti altri.

“Con il progredire della demenza, le persone sviluppano sempre più sintomi, inclusi i sintomi fisici”, ha detto. “Quindi non saranno in grado di muoversi, avranno difficoltà a parlare, avranno difficoltà a deglutire – e sono in definitiva quei sintomi che rendono le persone immobili e molto più fragili e suscettibili a cose come cadute o infezioni che non sono facili da curare”.

8. Un terzo dei fattori di rischio sono sotto il nostro controllo

Le persone spesso capiscono il rischio di demenza, ha detto Phipps. Circa un terzo dei casi di demenza potrebbe effettivamente essere legato a fattori di rischio che sono sotto il nostro controllo.

L’età è il più grande fattore di rischio perché la demenza colpisce soprattutto le persone anziane. Alcune persone hanno una predisposizione genetica a sviluppare malattie come l’Alzheimer, il che è fuori dal loro controllo.

“Ma ci sono anche fattori di stile di vita che possono influenzare il rischio di demenza”, ha detto Phipps. “E a livello di popolazione, questi vengono fuori come il fumo, come la depressione, l’inattività fisica, l’ipertensione… quindi spesso sono cose che possono avere un impatto anche sul tuo cuore”.

Solo circa un quarto degli adulti del Regno Unito si rende conto che c’è qualcosa che possono fare per ridurre il rischio di demenza, secondo le indagini di Alzheimer’s Research nel Regno Unito.

“Se si potessero affrontare le cose ad esempio somministrando un trattamento più aggressivo per la pressione sanguigna, o impedendo alle persone di diventare sovrappeso, e se nessuno fumasse, allora vedremmo una riduzione del numero di persone che soffrono di demenza”, ha detto Phipps. “Quindi ci sono cose che le persone possono fare che sono sotto il loro controllo che possono ridurre il loro rischio di demenza”.

9. La salute del cuore e la salute del cervello sono intrinsecamente legate

Molti dei fattori di rischio associati alla demenza sono uguali a quelli associati alla salute del cuore. Questo perché il tuo cervello e il tuo cuore sono intrinsecamente collegati tra loro.

“La maggior parte del sangue che viene pompato dal tuo cuore è usato dal tuo cervello”, ha detto Phipps. “Quindi tutto ciò che danneggia il modo in cui funziona il tuo cuore avrà un effetto a catena sulla salute del tuo cervello e quindi molti dei fattori di rischio per la demenza al momento secondo prove scientifiche sono anche i fattori di rischio per la salute del cuore”.

Quindi, anche se le persone possono essere non preparate sui fattori di rischio della demenza, se gli dici che sono uguali a quelli per malattie cardiovascolari, ictus e infarti, potrebbero farsi un’idea migliore.

10. La mezza età è la finestra più importante per la riduzione del rischio

Molti dei più importanti fattori di rischio evitabili per la demenza appaiono nella mezza età, tra i 40 e i 64 anni, secondo l’Alzheimer’s Society, come il diabete di tipo 2 e la pressione sanguigna alta.

Anche le persone che hanno avuto periodi di depressione a metà o più tardi della vita hanno tassi di demenza più alti.

11. Non riguarda solo le persone anziane

La demenza non riguarda solo le persone anziane. Circa il 2-8% di tutti i casi in tutto il mondo colpiscono persone più giovani. Nel Regno Unito, ci sono circa 40mila persone di età inferiore ai 65 anni che vivono affette da demenza, ma le persone tendono a pensare che non sia qualcosa che colpisce fino a tarda età.

“Nel 2015 abbiamo fatto alcuni sondaggi e il 46% delle persone pensa che la demenza colpisca soprattutto le persone anziane, il 15% pensa che riguardi solo le persone anziane e il 9% pensa che possa colpire anche i più giovani”, ha detto Phipps.

12. A volte, influenza solo la vista e la percezione

A volte la perdita di memoria non è un sintomo di demenza finché non arriva a uno stadio molto avanzato. Il tipo di demenza che Terry Pratchett aveva, ad esempio, influenzato il modo in cui il suo cervello interpretava la visione dai suoi occhi.

“Quindi in realtà non ha avuto perdite di memoria fino alle fasi avanzate, ma non poteva assolutamente vedere“, ha detto Phipps. “Quindi non poteva digitare e aveva grandi lacune nella sua visione per cui non riusciva a vedere le cose.”

L’Alzheimer’s Research Uk ha un’esperienza di realtà virtuale online della demenza chiamata “A Walk Through Dementia“, che mostra alcuni degli effetti visivi che la demenza può avere su qualcuno.

“Una cosa che spesso ci dicono è che le pozzanghere sul terreno possono sembrare buchi perché ci sono problemi con la percezione della profondità e la percezione del colore“, ha detto Phipps. “Sai quando vai in un negozio e loro hanno una sorta di teli neri davanti alla porta … per alcune persone affette da demenza quelle sembrano un enorme abisso”.

Immagina di trovarti di fronte a grossi buchi nel terreno. Sarebbe allarmante. Phipps ha detto che questo significa che le persone con demenza non andranno nei negozi, o non entreranno nei bagni perché i pavimenti lucidi gli appaiono come acqua.

“Se il tuo cervello funzionasse al 100%, probabilmente saresti in grado di percepire la differenza tra lucido e bagnato”, ha detto. “Ma se c’è un danno nel tuo cervello non riesci a esprimere il tuo giudizio, quelle cose sembrano minime, ma possono avere un impatto enorme”.

13. L’aggressività e la confusione possono derivare da questi piccoli errori di percezione

I piccoli cambiamenti possono avere un grande impatto sul modo in cui vivono le persone con demenza. Potrebbe essere qualcosa di piccolo a confonderli, con una semplice soluzione, ma la persona con demenza potrebbe non essere in grado di articolare il problema.

“C’è un grande movimento ora per le persone che stanno mostrando segni di aggressività o agitazione, e piuttosto che dare loro immediatamente farmaci anti-psicotici, si vuol cercare di esaminare il loro ambiente“, ha detto Phipps. “Perché potrebbe essere qualcosa di veramente piccolo come un cambiamento nella routine o un cambiamento nelle lampade o il modo in cui le ombre vengono proiettate nella stanza che potrebbero avere un impatto enorme sul loro livello di ansia, causandone l’agitazione e l’aggressività. ”

Piccole modifiche al loro ambiente, come avere più luci o tenere le tende aperte, potrebbero avere un grande impatto sulla qualità della loro vita.

14. Il sonno interrotto può essere un fattore

La ricerca ha dimostrato che il sonno interrotto può essere associato a un rischio più elevato di segni precoci di malattia di Alzheimer. Ciò potrebbe significare che dormire male è un segnale premonitore di qualcuno che sta sviluppando la demenza.

Il cattivo sonno può essere un sintomo di demenza o una causa – o potrebbe essere che entrambe le cose siano vere.

Altre ricerche supportano la teoria del sonno, con uno studio che ha rilevato che solo una notte di sonno interrotto potrebbe portare a un picco nelle proteine correlate all’Alzheimer.

15. Non esiste una cura o trattamento per la progressione di malattie che causano la demenza

Non esiste attualmente alcuna cura per le malattie che causano la demenza e nessun trattamento che modificherà la progressione.

Alcuni farmaci possono aiutare le persone ad affrontare determinati sintomi, ma non fermano la progressione della malattia nel cervello.

Ecco perché capire che la demenza può essere prevenuta è così importante, ha detto Phipps, perché una maggiore consapevolezza significa più ricerca.

“Sembra esserci meno stigma, e la gente sembra essere più aperta nel parlare di diagnosi con qualcuno, o avere una conversazione con qualcuno che soffre di demenza”, ha detto. “Penso che la consapevolezza della demenza sia migliore di quanto non lo sia mai stata, ma la comprensione della demenza non è ancora allo stesso livello”.


Diagnosi più veloci ed errori ridotti della metà se l’intelligenza artificiale legge le radiografie

Non tutta l’intelligenza artificiale viene per nuocere. In parte serve anche per guarire: o almeno per aumentare le chance di riuscirci. Sono circa 2 mila i pazienti, in 50 ospedali intorno al mondo, i cui referti ogni giorno vengono infatti esaminati anche dal software di Aidoc: start up israeliana nata nel 2016 da Elad Walach, Michael Braginsky e Guy Reiner e specializzata nell’uso di intelligenza artificiale (AI) per esaminare radiografie. Con un tasso di esattezza pari al 98% nel rilevare emorragie intracraniche, la specialità del sistema di Aidoc.

La storia – che potrebbe essere inquietante se Walach non spiegasse subito che “il nostro sistema non sostituisce gli umani, ma si somma al loro lavoro, per offrire un aiuto in più” – inizia un decennio fa, nel ministero della Difesa israeliana: sostanzialmente, il posto dove si sperimentano le tecnologie più evolute al mondo. E più precisamente nel programma Talpiot, che seleziona ogni anno 30 giovanissimi candidati particolarmente promettenti disposti a firmare per essere formati per diventare “Technology leader”.

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Ognuno dei prescelti deve dedicare alla missione un decennio intero, durante il quale riceve un addestramento in informatica, con diverse specializzazioni: “Io ho studiato intelligenza artificiale fino a diventare capo del dipartimento AI delle forze aeree israeliane”, racconta Walach, oggi trentenne e chief technology officer della società, con alle spalle un’adolescenza trascorsa a scrivere algoritmi e a interessarsi a software, macchine intelligenti e affini.

Dopo essersi conosciuti nel programma per talenti dell’esercito, i tre i fondatori di Aidoc hanno cercato di capire come indirizzare le conoscenze acquisite in ambito civile: “Volevamo trovare un campo di applicazione che aiutasse le persone e la sanità ci pareva interessante. Ci abbiamo studiato sopra e abbiamo capito che la radiologia era uno dei settori più promettenti. Negli ultimi anni è infatti aumentato del 75% il numero di esami radiologici a cui viene sottoposto ogni paziente, ma il numero dei dottori in grado di leggerli è rimasto uguale, se non diminuito”.

I tre hanno così creato un sistema specializzato in patologie critiche, tecnicamente definito “decision support system” perché fornisce supporto ai dottori offrendo loro “un terzo occhio, una verifica ulteriore”, spiega Walach.

Il cervello artificiale è stato nutrito con centinaia di migliaia di immagini di referti, ai quali venivano associate informazioni su quali fossero le condizioni del paziente; finché il sistema non è stato in grado di iniziare a valutare le radiografie che gli venivano sottoposte e di imparare dalle nuove casistiche che si presentano via: un esempio tipico di machine learning, macchine che apprendono da sole. “Oggi siamo specializzati nel rilevare i problemi, come le emorragie cerebrali o fratture nella colonna verbale, le cui possibilità di risoluzione dipendono enormemente dalla capacità di essere riscontrati in tempo”.

Walach snocciola statistiche confortanti, secondo cui grazie all’introduzione dell’intelligenza artificiale di Aidoc i tempi di diagnosi si sono ridotti del 60%, il numero di errori del 50% e le dimissioni dei pazienti avvengono conseguentemente più velocemente, con il 20% di tempo ospedaliero risparmiato. Quanto costi il software, che si scarica sulle macchine degli ospedali, non è dato sapere.

“Non posso entrare nel dettaglio, ma questo tipo di tecnologia ha un ritorno sugli investimenti chiarissimo, perché si riducono i costi legati ai ritardi e ai possibili errori, il che si traduce in maggiori ricavi per gli ospedali”. O, per lo Stato, nel caso auspicabile in cui la sanità pubblica possa interessarsi ai nuovi sistemi. Cosa che inizia ad accadere anche in Italia, dove Aidoc ha avviato contatti che Walach definisce “interessanti”.

I numeri finora sembrano dimostrare la validità dell’idea dei tre israeliani. Non sono quelli snocciolati dal boss, ma anche quelli del mercato: la start up, con sede a Tel Aviv, è cresciuta in due anni fino a 40 dipendenti e ha raccolto 13 milioni di dollari in due successivi round di investimenti. Certo, briciole in confronto alle cifre girate negli anni passati nel campo di altri servizi governati dall’AI come le auto senza conducente, o in certe start up della gig economy: eppure il primo serio round di Uber, nel 2011, raccolse 11 milioni di dollari; in quello successivo si passò a 37 e di lì in poi divennero colpi da mezzo miliardo. Ma non è un caso se i big del tech stiano tutti aprendo dipartimenti di AI in Israele, perché – spiega ancora Walach –  a Tel Aviv sono praticamente imbattibili nel campo delle applicazioni pratiche.

E proprio queste potrebbero in un futuro portare a scenari totalmente nuovi. “Penso che l’AI inizi a essere in grado di formare se stessa. All’inizio stava a noi insegnare al computer cosa fare: ora costruisci un cervello e lui impara da solo. Nel futuro possiamo immaginare una macchina che costruisca da sola anche questi cervelli”.

Un futuro distopico, in cui le macchine saranno prima o poi in grado di prendere il sopravvento (e, tra le altre cose, anche di rimpiazzare del tutto i radiologi)? Secondo il giovane israeliano, finito nella lista stilata da Forbes dei 300 più “influenti under 30 al mondo”, assolutamente no.

L’AI è brava nell’eseguire compiti specifici, ma gli umani hanno una visione globale, olistica, non rimpiazzabile. E i radiologi non guardano solo alle immagini, ma sono parte di un team: per essere parte di un gruppo serve un essere umano. Nel prossimo decennio, insomma, non vedo rivoluzioni”. Certo, prosegue, “Non so cosa possa succedere dopo perché le cose cambiano molto in fretta, ma fatico a credere che un cervello artificiale possa crescere fino ad arrivare ad avere ambizioni proprie e a prendere il sopravvento. E comunque non è questo quello che noi gli stiamo insegnando”.

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Dragonfly: una libellula su Titano

Per la metà del prossimo decennio la Nasa manderà una libellula robot su Titano, luna di Saturno le cui condizioni ricordano quelle della Terra primordiale.

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L’atterraggio e il primo volo di Dragonfly su Titano in una illustrazione della Nasa. | NASA

28 GIUGNO 2019: AGGIORNAMENTO. La NASA invierà un drone su Titano, la più grande tra le lune di Saturno. È infatti il progetto Dragonfly il finalista del programma New Frontiers, con il quale l’agenzia spaziale americana finanzia missioni di esplorazione planetaria fino a un tetto massimo di 850 milioni di dollari di costi di realizzazione, e che ha già lanciato missioni del calibro di New HorizonsJuno e OSIRIS-REx.

Dragonfly, un doppio quadricottero delle dimensioni di un rover marziano (3 metri per 3) ma molto più veloce, sarà lanciato nel 2026 e arriverà su Titano nel 2034. Volerà da punto a punto analizzando le nuvole di idrocarburi del satellite e i suoi laghi di etano e metano, coprendo decine di chilometri in meno di un’ora, e centinaia di chilometri nei suoi due anni di missione.

Titano è uno dei mondi più promettenti per chi cerca tracce di vita al di fuori del nostro Pianeta. Forse per questo motivo, Dragonfly ha battuto l’altro progetto finalista, Comet Astrobiology Exploration SAmple Return (CAESAR), che puntava a raccogliere e riportare a Terra 80 grammi di materiale dal nucleo della cometa 67P (la stessa visitata dalla sonda Rosetta).

Sembrerà per davvero una specie di UFO il drone che nel prossimo decennio esplorerà Titano, la più grande delle lune di Saturno: si chiama Dragonflylibellula. Alimentato da una innovativa sorgente a radioisotopi, si sposterà anche su lunghe distanze per analizzare la superficie e l’atmosfera del satellite. È questa una delle due missioni selezionate dalla Nasa per l’esplorazione del Sistema Solare a partire dalla metà degli anni venti, nell’ambito del programma New Frontiers.

Nasa, Sistema Solare, Churyumov-Gerasimenko

CAESAR in una illustrazione della Nasa: dovrà prelevare dalla cometa Churyumov-Gerasimenko un campione di suolo e riportarlo a Terra. | NASA

La seconda missione, CAESAR (da Comet Astrobiology Exploration Sample Return), prevede l’invio di una sonda verso una “vecchia conoscenza”, la cometa Churyumov-Gerasimenko (quella della missione Rosetta), per raccogliere e riportare a Terra campioni di suolo. Si potrà così analizzare i campioni in un laboratorio molto sofisticato, oltre che vedere che cosa è avvenuto sulla cometa a distanza di anni.

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Una libellula su Titano. | SHUTTERSTOCK

DRAGONFLY: LA NUOVA ERA DELL’ESPLORAZIONE. La libellula della Nasa è una vera e propria svolta nell’esplorazione del Sistema Solare. Finora, sulla Luna e su altri pianeti e satelliti, sono scese delle sonde oppure dei rover per esplorare aree relativamente vicine al punto di atterraggio. Opportunity, per esempio, quello che si è allontanato di più tra tutti i rover planetari, è arrivato a 45 chilometri dal punto di atterraggio.

Con un rover volante, capace di sfruttare l’atmosfera di Titano per sostenersi e muoversi, si potranno studiare zone anche molto diverse e lontane tra loro.

La luna di Saturno è coperta da una superficie di metano ghiacciato, ma ci sono anche laghi di idrocarburi (metano ed etano liquidi), profondi anche più di 100 metri, e fiumi di idrocarburi che hanno scavato valli e canyon. Un ambiente super freddo… che potrebbe comunque nascondere gli elementi primordiali della vita.

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Gallery:le 10 più importanti scoperte scientifiche su Titano fatte dalla sonda Huygens. | ESA/ATG MEDIALAB

Poter osservare e studiare in modo ravvicinato luoghi a centinaia di chilometri l’uno dall’altro darà agli scienziati informazioni che non si potrebbero ottenere da una sonda in orbita, anche perché la densa atmosfera non permette studi approfonditi della superficie. È vero che su Titano è già scesa la sonda Huygens, nel 2005, ma era appunto “ferma” ed è sopravvissuta poche ore, inviando a Terra un set di immagini e informazioni importanti ma limitate. Proprio dai dati di quella missione è emersa l’estrema varietà dell’ambiente di Titano, ciò che ha spinto la Nasa a scegliere e organizzare in questo modo la prossima missione nel sistema di Saturno.

Ragni, formiche e tecnologia

Video – Creata in laboratorio una nuova struttura metallica super-idrorepellente, che non affonda mai: una tecnologia che si ispira a ragni e formiche.

Macrolibrarsi

Arriva dagli Stati Uniti la notizia di una invenzione davvero notevole, descritta su ACS Applied Materials and Interfaces: una struttura metallica così idrorepellente che si rifiuta di affondare, tornando a galla anche dopo essere stata tenuta sott’acqua per mesi. Si tratta di una struttura biomimetica, sviluppata cioè ispirandosi alla natura (in questo caso a ragni e formiche).

La tecnica utilizzata dai ricercatori dell’Università di Rochester (Usa) per costruire la struttura (presentata per la prima volta nel 2015) consiste nell’utilizzare impulsi laser per intagliare sulla superficie metallica intricati motivi su micro e nanoscala: la trama metallica trattiene infinitesime quantità di aria, sufficienti a rendere la superficie idrorepellente, ma non a lungo. Per arrivare alle proprietà superidrofobiche i ricercatori hanno dovuto ispirarsi ai ragni palombari (Argyroneta aquatica) e alle formiche di fuoco (Solenopsis invicta).


La rivoluzione dei materiali idrofobici


ANIMALI INGEGNOSI. I ragni palombari vivono sott’acqua: tessono la loro ragnatela, la agganciano a una pianta acquatica e creano una sorta di campana; dopodiché la riempiono d’aria, che trasportano dalla superficie in piccole quantità servendosi dei peli dell’addome. Le formiche di fuoco, per salvarsi da improvvise inondazioni formano una zattera galleggiante unendosi le une con le altre: anche in questo caso, il segreto sta nelle piccole quantità di aria che, intrappolate nella “rete vivente”, creano un cuscinetto galleggiante.


L’oro da 20 carati galleggiante e superleggero


HI-TECH INGEGNOSO. La nuova struttura si compone di due piatti in alluminio la cui superficie trattata col laser è rivolta verso l’interno, anziché verso l’esterno: grazie alla trama incisa, tra i due piatti si crea un’intercapedine d’aria che non sfugge, una specie di compartimento stagno che permette alla struttura di galleggiare.

Le proprietà della struttura sono state messe alla prova in ogni modo, anche tenendola sott’acqua per due mesi, al termine dei quali è riemersa come se nulla fosse.

Ma i prodotti “ecologicamente responsabili” aiutano il davvero pianeta? O ci fanno solo acquistare più roba?

  • Alcuni sostengono che il cosiddetto “consumismo consapevole” sia una buona cosa per il nostro pianeta. Altri lo vedono soltanto come un modo per alleviare le nostre voraci identità di consumatori.

Abbey Dufoe, una produttrice web che vive nel New Jersey, si preoccupa per l’ambiente. Durante i fine settimana, lei e la sua compagna fanno passeggiate sulla spiaggia raccogliendo la spazzatura. Compra all’ingrosso per ridurre i rifiuti da imballaggio e cerca di riciclare più che può. È anche un’appassionata dei prodotti “verdi”, come le cannucce in metallo, le sporte per la spesa e le bottiglie per l’acqua riutilizzabili, e compra anche i vestiti e le scarpe di aziende che sostengono di produrre articoli socialmente ed ecologicamente consapevoli. Inoltre, la Dufoe cerca di usare il meno possibile articoli monouso, per ridurre il suo contributo al crescente problema globale dei rifiuti in plastica.

“Essenzialmente si tratta di ridurre la mia impronta,” dice la Dufoe, “perché so che dovrò comunque comprare quella roba.”

È così? Una delle critiche maggiori rivolta alla pratica del consumo consapevole  – l’acquisto di prodotti ecologicamente e socialmente responsabili – è che se, in nome della sostenibilità, talvolta non si finisca per comprare ancora più roba. Prendete ad esempio la cannuccia usata dalla Dufoe. Dice che è facile da tenere pulita e altrettanto facile ricordarsi di portarla con sé. In ogni caso, ammette lei stessa, a casa ha anche un altro paio di cannucce riusabili.

“Stiamo accumulando ancora più cose nel mondo,” ha detto Emma Rose Cohen, CEO e fondatrice di Final Straw, l’azienda che vende la cannuccia metallica colorata e pieghevole che la Dufoe porta con sé. “Ecco l’ironia di comprare qualcosa che riduca il consumo.” Inoltre, aggiunge, grazie alla proliferazione di imitazioni più economiche del suo prodotto, “abbiamo inavvertitamente creato una tonnellata di ulteriori rifiuti. Non sono proprio nostri rifiuti diretti, ma in qualche modo anche sì.”

“Non possiamo esorcizzare il demone del clima comprando più roba.” – Richard Heede

Per alcuni l’idea di essere più attenti all’ambiente producendo più roba sembra infatti controintuitiva. “L’idea di fare shopping per salvarci mi rivolta lo stomaco,” ha scritto in una e-mail Richard Heede, direttore del Climate Accountability Institute. “Non possiamo esorcizzare il demone del clima comprando più roba.”

La Cohen vede comunque il ruolo del consumatore come tra i più importanti. “C’è bisogno di condividere le responsabilità,” ha detto. “In quanto consumatori abbiamo molto più potere di quanto pensiamo.”

La Dufoe è abituata a questo dilemma. Può essere difficile stabilire un confine tra gli acquisti che avrebbe comunque fatto scegliendo alternative sostenibili e l’uso della sostenibilità come scusa per acquistare più cose. In quanto sostenitrice di diverse marche di abbigliamento etico, lei ottiene codici sconto in cambio di foto pubblicate sui social mentre indossa i loro prodotti o partecipa ad attività come la rimozione di rifiuti.

“La tentazione ci comprare qualcosa c’è,” ammette. “La buona notizia è che ho già tutto di quelle marche.”

Monouso vs. rinnovabile

Oltre alle cannucce riutilizzabili, un’altra scelta molto comune quando si tratta di prodotti “verdi” sono le sacche riutilizzabili per fare la spesa, usate per non riempire con la spesa ancora un’altra busta di plastica o di carta. Ne ho un cassetto pieno, alcune comprate, altre che ho ricevuto in regalo partecipando ad eventi, conferenze o trovate in allegato a riviste. È un acquisto privo di sensi di colpa. Certo, mi dico, sto sicuramente comprando un’altra sacca, che però userò al posto di chissà quante buste in plastica che sarebbero finite in una discarica o nell’oceano.

Le sacche date come riutilizzabili sono più ecologiche della plastica o della carta? Dipende quanto ci vuole per farle, quanto durano e cosa gli succede quando finisce la loro vita utile. Uno studio dell’agenzia danese per la protezione ambientale ha esaminato l’impatto ambientale di differenti tipi di sacche per la spesa, scoprendo che servono molte più risorse per fabbricare una sacca in tessuto che una in polietilene. Una sporta in cotone, ad esempio, dovrebbe essere usata più di settemila volte per arrivare alla prestazione ambientale di una busta di plastica monouso. Comunque, questo calcolo non comprende l’impatto ambientale dello smaltimento delle sacche – il che significa che non sono calcolate tutte le buste di plastica tenute lontano dagli oceani usando una sporta riutilizzabile.

“Prendere una decisione è così complicato,” ha detto Matthew Wilkins, un biologo della Vanderbilt University che ha scritto un articolo per Scientific American sull’inquinamento da plastica, partecipando anche a podcast come 99% Invisible per dibattere il problema della plastica e del riciclaggio. “Perché magari qualcosa impiega sì meno plastica, ma consumando molta più acqua.”

Buono per l’ambiente?

I prodotti “verdi” vanno quindi bene per l’ambiente? È difficile da dire. Si può sicuramente dire che perlomeno favoriscono la consapevolezza e offrono un buon punto d’inizio alle persone che vogliono comportarsi in modo diverso.

“Se si potesse cominciare da qualcosa di veramente facile, dove il cambiamento non è molto difficile, allora si possono convincere le persone che cambiamenti più sostanziali possono essere affrontati altrettanto facilmente,” ha detto la Cohen.

“Acquistare prodotti che dichiarano di essere ecologici permette alle persone di partecipare all’ambientalismo senza causar loro troppo disagio.”

Nik Sawe, neuroscienziato della Stanford University specializzato nei processi decisionali sull’ambiente, afferma che acquistare prodotti che dichiarano di essere ecologici permette alle persone di partecipare all’ambientalismo senza causar loro troppo disagio. Dover tenere conto di come comportarsi dal punto di vista etico in un ambito ecologico fa sì che le persone si confrontino con la dimensione e la gravità del problema – il che può risultare opprimente e, secondo Sawe, impedire che si faccia qualcosa. Un’esperienza più positiva, d’altra parte, è più probabile che faccia scaturire un’azione.

“Se ti senti colpevole, diventi consapevole,” dice Sawe. “ma se pensi che è qualcun altro a fare le cose che stanno danneggiando l’ambiente, è molto più facile mobilitarsi e incazzarsi,”

In questo caso, “qualcun altro” è il ristorante che ti dà una cannuccia di plastica o il supermercato che mette doppia buste per reggere le bottiglie. Comprando una cannuccia riusabile o una sacca riutilizzabile, i consumatori possono sentirsi parte del cambiamento.

Comunque, in una recente ricerca della University of Arizona si è visto che potrebbe essere molto meno complicato di così. Secondo lo studio, è comprare meno che rende le persone davvero più felici, mentre comprare prodotti “verdi” non fa sentire meglio i consumatori.

“Un consumo ridotto ha come effetto un aumento del benessere e una diminuzione dello stress psicologico,” ha detto l’autrice principale, Sabrina Helm, in una comunicazione sullo studio, “ma non vediamo la stessa cosa con il consumo di prodotti “verdi”.

A prima vista, i bicchieri riutilizzabili sembrano una buona idea. Ma se comprarne uno può farvi sentire che avete “fatto il vostro dovere” per l’ambiente, possono essere controproducenti.

È anche possibile che, facendo qualcosa di meno impegnativo, sembrerà di aver fatto comunque qualcosa per l’ambiente non intraprendendo così ulteriori azioni.

“Ognuno di noi ha una disponibilità limitata a combattere il sistema,” dice Wilkins. “Se è sfruttata in quel modo, allora è dispersa.”

Non è solo questo: in uno studio recente della University of California di San Diego, la neuroeconomista Uma Karmarkar e Bryan Bollinger, professore associato di marketing presso la New York University, hanno osservato le abitudini di consumo delle persone che avevano acquistato sacche riutilizzabili per fare la spesa, scoprendo che aver preso una “buona” o etica decisione in un campo aveva permesso alle persone di prendere altre decisioni più indulgenti in altri campi – ad esempio, acquistando più di quanto già non avessero. In ogni caso, Karmakar e Bollinger hanno anche visto che siccome una sacca riutilizzabile segnala costantemente al consumatore che si sta facendo qualcosa di ecologico, ciò potrebbe portarlo a comprare alimenti biologici o uova da allevamento a terra per consolidare quell’attitudine.

Sawe ha anche avvertito che un prodotto ecologico in un senso – ad esempio, per risparmiare energia – può dare l’impressione di esserlo anche sotto altri aspetti, ad esempio essendo biodegradabile o riciclabile. Ma potrebbe non essere quello il caso.

Inoltre, alcuni pensano che l’intero dibattito sia controverso, sostenendo che l’impatto dei singoli acquisti individuali sbiadisce a confronto con le massicce sfide ambientali che dobbiamo affrontare, argomentando che ci sia bisogno di cambiamenti sistemici ben più significativi. Come ha detto Richard Heede, “fregatene delle cannucce, fa’ qualcosa di serio.”

La Dufoe vede la risposta da qualche parte nel mezzo. “Possiamo mettere in atto tutto ciò che è possibile personalmente, ma ci sono sicuramente cose più grandi da affrontare.” Tuttavia, dice, decidere in che modo cambiare è una lotta. “È difficile non sentirsi in colpa.”

L’infanzia difficile riduce il volume del cervello

 bambini che vivono un’infanzia segnata da abbandono, deprivazioni e assenza di cure, vanno incontro a conseguenze durature per il loro cervello.

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Trascorrere i primi anni dell’infanzia in condizioni di grave deprivazione di cure è associato a una visibile riduzione del volume cerebrale. | SHUTTERSTOCK

I bambini che hanno vissuto forme estreme di abbandono e deprivazione sperimentano una riduzione del volume cerebrale duratura, visibile anche in età adulta e apparentemente non sanata dalla neuroplasticità – la capacità del cervello di modificare la sua struttura in funzione delle esperienze vissute.

È quanto emerge da uno studio basato sulle scansioni cerebrali di decine di “orfani di Ceauşescu”, giovani adulti che trascorsero la prima parte dell’infanzia negli orfanotrofi sovraffollati e fatiscenti della Romania durante il regime comunista di Nicolae Ceauşescu (1966-1989). La ricerca è stata pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences.

FIGLI PER LA PATRIA. Fedele al dogma che vedeva nella crescita della popolazione un volano per lo sviluppo economico, nel 1966 Ceaușescu mise fuori legge l’aborto per le donne sotto i 42 anni che avessero meno di quattro figli. Evitare attivamente di avere figli fu paragonato a un atto di diserzione; la contraccezione fu ostacolata e i divorzi divennero sempre più difficili da ottenere.

Chiunque fosse senza prole fu condannato a pagare una tassa. La diffusione dell’AIDS crebbe esponenzialmente, così come il numero dei bambini non riconosciuti e abbandonati negli orfanotrofi. Le condizioni di queste strutture, con luce e riscaldamento intermittenti, malattie non curate, scarsità di cibo e bisogni emozionali semplicemente ignorati, emersero solo alla caduta del regime.

depressione, farmavi antidepressivi

Adolescenza: il legame genetico tra povertà e depressione. | PIMCHAWEE / SHUTTERSTOCK

EFFETTI PERSISTENTI. Secondo alcune stime furono almeno 100 mila i bambini costretti a trascorrere mesi o anni in queste condizioni. Studi precedenti si erano concentrati sulle loro difficoltà cognitive (in parte superate con l’età adulta) come sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ansia e depressione. Un gruppo di scienziati del King’s College London ha ora analizzato le scansioni cerebrali di 67 orfani della Romania di allora adottati da famiglie britanniche dopo aver trascorso dai 3 ai 41 mesi in gravi condizioni di abbandono e privazione dei diritti fondamentali nelle strutture descritte.

Gli esami di imaging cerebrale dei ragazzi di età compresa tra i 23 e i 28 anni sono stati confrontati con quelli di 21 coetanei adottati all’interno del Regno Unito entro i sei mesi di età. I giovani del primo gruppo mostravano un volume cerebrale dell’8,6% inferiore rispetto a quelli del secondo gruppo. Ogni mese in più trascorso in condizioni di deprivazione estrema era collegato a una riduzione ulteriore di volume cerebrale di 3 cm cubi, un fenomeno che potrebbe spiegare parte dei disturbi cognitivi riscontrati negli studi passati.


A quale età i bambini provano le prime emozioni?


DIFFERENZE ULTERIORI. Il dato forse più sorprendente è la durata di questo fenomeno nel tempo, nonostante le cure e le attenzioni ricevute dalle famiglie adottive: un fatto che mostra i limiti della neuroplasticità, che pure è particolarmente spiccata in età giovanile, nonché l’importanza che il contesto di crescita ricopre per i bambini. Oltre alla riduzione generale del volume del cervello, primo e secondo gruppo hanno mostrato differenze strutturali in tre regioni cerebrali, collegate all’organizzazione, alla motivazione e all’integrazione tra informazioni e memoria. Il team è inoltre rimasto sorpreso di non aver trovato differenze sostanziali nell’amigdala, una struttura coinvolta nell’elaborazione delle emozioni.

UN NESSO SEMPRE PIÙ CHIARO. Anche se lo studio non può provare con certezza che la deprivazione dei bisogni fondamentali durante l’infanzia porti a una riduzione del volume cerebrale, ciò è comunque assai probabile: meccanismi come l’assenza di esperienze fondamentali per lo sviluppo cerebrale o lo stress cronico potrebbero in parte spiegare questa correlazione. Altri fattori come la genetica, lo sviluppo durante la gravidanza, o la sola malnutrizione non bastano invece a dare ragione del fenomeno.Viaggio nel cervello

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Come sfruttare lo stress a proprio vantaggio

Tre approcci scientifici per insegnare al cervello a non farsi sopraffare dall’ansia da prestazione che, in piccole dosi, è un potente stimolante e antidepressivo.

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Gli assoni, prolungamenti delle cellule nervose del cervello, visti attraverso risonanza magnetica. | ALFRED ANWANDER, MPI-CBS. WELLCOME IMAGES

Ci tiene svegli di notte e agitati di giorno, ed è considerato una delle moderne “piaghe” per la salute: è lo stress, che non risparmia nessuno, anche se alcuni riescono a gestirlo meglio di altri e persino sfruttarlo per rendere meglio.

Uno di questi è Ian Robertson, neuroscienziato cognitivo del Trinity College di Dublino, autore del saggio The Stress Test: How Pressure Can Make You Stronger and Sharper (stress test: come sentirsi sotto pressione può rendere più forti e intelligenti). Nel giorno più stressante della settimana, il popolare sito di informazione Quartz ha ripreso alcune pillole scientifiche dal lavoro del ricercatore, che vi poniamo qui.


10 cose che (forse) non sai sull’ansia


ARMA A DOPPIO TAGLIO. Lo stress fa aumentare nel cervello la produzione di noradrenalina, un neurotrasmettitore che agisce su regioni cerebrali coinvolte nel controllo dell’attenzione e nella reazione agli eventi.

Quando questa sostanza è presente in quantità troppo elevate o troppo moderate, il cervello non funziona al meglio. Ma in piccole dosi la noradrenalina consente alle diverse aree cerebrali di comunicare più facilmente, e incoraggia la formazione di nuove connessioni neurali. Un processo che a sua volta consolida le funzioni cognitive e rende meno ansiosi, meno depressi e più efficienti nelle azioni e nel ragionamento.

IL GIUSTO EQUILIBRIO. Potenzialmente abbiamo gli strumenti per trasformare lo stress quotidiano in un potente stimolante e antidepressivo naturale. Ma riuscire a dosare la quantità di ansia che possiamo gestire non è facile, e il rischio di lasciarsi debilitare, anziché stimolare, è sempre dietro l’angolo. Ci sono tre strategie scientifiche che possono venirci in aiuto.

1. Cambiare si può (basta crederci). Il fattore più importante è adottare un approccio costruttivo: essere convinti che siamo in costante crescita e non costretti a vivere con un determinato tratto caratteriale. Nel caso dello stress, continuare a ripetersi che è una caratteristica che abbiamo ereditato dai nostri genitori (e che quindi dobbiamo tenerci) non aiuta. Bisogna invece credere che abbiamo tutti gli strumenti per cambiare, e trasformare l’ansia in eccitazione positiva (vedi).

2. Fingi… finché non funziona! Quando si prova a trasformare lo stress in entusiasmo può essere utile ostentare positività: adottando questo atteggiamento, spiega Robertson, si può indurre il cervello a creare i correlati mentali di quella forzata positività. Finché la facciata non si trasforma in convinzione reale.

3. I bambini devono sperimentarlo. Lo stress funziona un po’ come il sistema immunitario: a gestirlo si impara con piccole, graduali esposizioni. Tutelare i più piccoli da ogni possibile stimolo ansiogeno non sempre paga. Una (moderata) esperienza dello stress durante l’infanzia può rivelarsi utile in età adulta.

Studi dimostrano che i bambini adottati in tenera età crescono sviluppando minori livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) nelle situazioni stressanti rispetto a bambini cresciuti in contesti ovattati. Chi ha attraversato alcune difficoltà nella vita, resiste meglio anche ad alcune forme di dolore cronico.

Questo non significa che si debba ricercare a tutti i costi l’esposizione all’ansia, ma solo che, come nel caso di un attore prima di uno spettacolo, una minima quantità di preoccupazione può aiutare a rendere meglio, se si impara a gestirla.

Bugie rassicuranti e verità scomode

Raccontate da Massimo Polidoro nel suo ultimo libro.

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Viviamo in una società un cui dilagano l’irrazionalità e le fake news. In cui l’inverosimile, l’improbabile, lo smaccatamente falso hanno preso il sopravvento. Stiamo precipitando per caso in un mondo in cui la verità è soltanto un punto di vista tra tanti? Quali sono i meccanismi neurologici, psicologici e sociali che si celano dietro questi fenomeni?

I vaccini? Provocano l’autismo. Le scie degli aerei? Veleno per alterare il clima. Gli attacchi dell’11 settembre? Una messinscena degli americani. La Luna? Non ci siamo mai andati. La Terra? È piatta.

Ciò che fino a ieri era considerato da tutti vero e accertato all’improvviso viene messo in discussione, mentre in molti ambiti della vita i fatti perdono sempre più valore a favore di credenze irrazionali, pregiudizi e teorie della cospirazione. Stiamo precipitando in un mondo dove ogni cosa è sottosopra e la verità è solo un punto di vista in mezzo a tanti? Siamo entrati in una fase in cui le fandonie, oggi ribattezzate “fake news”, sono all’ordine del giorno. False notizie diffuse per speculare sui bisogni e i timori dei più deboli, per attaccare i propri avversari politici, per alimentare i propri pregiudizi o per screditare chi è portatore di verità scomode rendono sempre più difficile riuscire a distinguere il vero dal falso. Bugie, truffe e propaganda non sono certo una novità, ma oggi, grazie al web, le notizie false tendono a diffondersi in maniera globale come mai era successo prima, superando i tradizionali confini locali e raggiungendo strati sempre più ampi di popolazione.La copertina dell’ultimo numero di Massimo Polidoro, disponibile sia su Mondadori Libri sia su Amazon. |

Tale diffusione, ed è questa un’importante novità rispetto al passato, è particolarmente rapida, il che rende più complesso poterla fermare attraverso una smentita, che arriva comunque in ritardo e non riesce quindi a contrastare con piena efficacia la notizia falsa. Ma qual è l’effetto reale di questa disinformazione dilagante? Ed è davvero solo colpa del web e dei social media? Un altro elemento importante da considerare è dato dal modo in cui funziona la nostra mente, che in certe condizioni contribuisce inevitabilmente a rendere più credibili certe affermazioni. La ricerca di conferme alle proprie convinzioni, il bisogno di rassicurazioni e altri errori cognitivi tendono a renderci particolarmente suscettibili a tutto ciò che è coerente con il nostro modo di pensare, anche se va contro ogni evidenza.

Chi nega il riscaldamento globale, dunque, non discute le prove scientifiche che lo dimostrano, ma forse lo rifiuta perché teme possibili regolamentazioni più strette sui commerci, sull’industria e sul proprio stile di vita. Chi crede al creazionismo non contesta l’evoluzione a causa di nuove prove scientifiche, ma probabilmente lo fa perché sente messe in discussione le sue convinzioni religiose.

Tuttavia, la corsa verso le credenze irrazionali occupa sempre più spazio nelle discussioni pubbliche. C’è, per esempio, chi pensa che la diffusione di false notizie possa avere alterato importanti equilibri elettorali, come quelli che hanno portato gli Stati Uniti a eleggere presidente Donald Trump o la Gran Bretagna a votare a favore della Brexit.

Terroristi, assassini e invasati giustificano attentati e massacri richiamando assurde teorie del complotto, alimentate da spregiudicati venditori di inesistenti minacce. Come vedremo sono gli stessi che, con le loro farneticazioni, inducono gente suggestionabile a molestare e finanche ad aggredire le famiglie delle vittime di tali attentati per dimostrare che si tratterebbe solo di montature e in realtà nessuno sarebbe morto. Perché? Per il timore che qualche nuova legge riduca la possibilità per i cittadini di possedere e usare armi.

Anche gli attacchi alla scienza si moltiplicano, al punto che vengono messi in discussione fatti accertati come il pericolo derivante dal riscaldamento globale, fenomeno su cui c’è il consenso del 97% degli studi scientifici sul clima e nessun dubbio che stia già provocando effetti devastanti sul nostro pianeta. Oppure c’è il rifiuto dei vaccini da parte di chi è convinto, incoraggiato da uno studio dimostratosi una frode, che sarebbero legati all’insorgere dell’autismo: un rifiuto che nel 2015 ha fatto crollare la copertura vaccinale in Italia all’85%, provocando un’epidemia di morbillo che ha causato 5.000 casi e 4 decessi.

Si assiste alla messa sotto accusa in tribunale di scienziati che non avrebbero “previsto terremoti” (qualcosa che per ora è impossibile fare) o che sono incolpati di avere creato epidemie a scopo di lucro. O, ancora, si vedono ricercatori screditati da chi ha interesse a nascondere scoperte ritenute deleterie per i propri affari e altri costretti a circolare con la scorta a causa di minacce di morte generate da falsità sul loro conto.

E ancora, sempre più persone si avvicinano a teorie che fino a poco tempo fa sembravano confinate a minoranze stravaganti: da quelli che credono che la terra sia piatta a chi pensa che il cancro sia il frutto di “pensieri sbagliati”, da chi sostiene che l’uomo sarebbe il prodotto di esperimenti genetici di civiltà extraterrestri a quelli convinti di potersi nutrire di sola luce, da chi immagina che il pianeta sia governato da una razza di lucertole extraterrestri “mutaforma” a chi invece crede che tutti i mali sulla Terra siano opera del miliardario ebreo George Soros, da chi è sicuro che gli extraterrestri arriveranno a salvarci a quelli convinti che il mondo in cui viviamo sia solo una finzione come nel film Matrix.

Miti, credenze, illusioni, paranoie, bugie per le quali non c’è il minimo straccio di prova, ma a cui in tanti si aggrappano alla ricerca di risposte che non solo la scienza ma nemmeno la spiritualità sembra più in grado di offrire.

Ecco allora che in molti ambiti, a partire dalla politica, si preferisce rifiutare i fatti che vanno contro ciò a cui vogliamo credere, e si accettano evidenti falsità, pur di non rischiare di mettere in discussione il nostro sistema di valori. Si preferiscono le bugie rassicuranti e si rifiutano le verità scomode. Ma perché succede?

Il viaggio che stiamo per intraprendere nelle pagine che seguono ci porterà a infilarci un po’ alla volta nella tana del Bianconiglio, l’ingresso da cui Alice passa per entrare nel “Paese delle meraviglie”, per farci sprofondare sempre più giù nel pozzo del verosimile, dell’improbabile e dello smaccatamente falso, fino a scoprire un mondo che sembra per davvero capovolto. Faremo questo viaggio armati di due strumenti imprescindibili: il primo è il “lume della ragione”, la fiammella della razionalità da tenere sempre accesa nel buio generato da pregiudizio, ignoranza, superstizione e odio, e il secondo è il “rasoio di Occam”. Chiamato così in onore del monaco francescano del xiv secolo Guglielmo di Ockham, questo principio afferma che, quando esistono spiegazioni alternative per uno stesso evento o fenomeno, conviene partire dalla più semplice, eliminando tutte quelle ipotesi che non sono strettamente necessarie, per poi eventualmente perfezionarla gradualmente, perché in questo modo si può costruire una conoscenza basata su idee fondate e non su speculazioni. Oppure, più brevemente si può dire che «a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire».

È solo tenendo i piedi ben saldi per terra e verificando con attenzione le affermazioni, per valutare quanto si avvicinano ai fatti che descrivono, che si può sperare di tenere desta la ragione, impedendo, come ammoniva il pittore spagnolo Francisco Goya, che il suo sonno generi mostri.

Cercheremo così di capire perché ci lasciamo sedurre da storie incredibili ma accattivanti e perché ci facciamo incantare da imbonitori, ciarlatani e, in generale, da chiunque prometta spiegazioni e soluzioni semplici per fatti e problemi estremamente complessi. Qualcuno ha definito la nostra l’epoca della post-verità, anche se come vedremo la post-verità era già viva e vegeta duemila anni fa. Il nostro viaggio forse non ci darà risposte definitive, ma cercheremo comunque di trovare qualche punto fisso per capire che cosa stia succedendo oggi nel mondo, se davvero la follia regni sovrana e che cosa, comunque, conduca tante persone intelligenti a credere all’incredibile.

Al termine del nostro viaggio prenderemo in esame una serie di suggerimenti pratici per cercare di riconoscere e smascherare fandonie, inganni e bufale di ogni tipo, imparando a ragionare come scienziati ma, soprattutto, sviluppando il proprio senso critico, fondamentale strumento capace di fornire forse l’unico vero antidoto al dilagare dell’ignoranza e del pregiudizio.

Prendersi cura dei genitori anziani (senza ammalarsi)

Nella società odierna in tanti casi i nonni in piena salute sono una grande risorse per i propri figli e per i nipoti: sostituiscono la baby sitter, accompagnano i nipoti a scuola o fare sport, aiutano a fare i compiti e, sempre di più, danno il proprio sostegno economico nei momenti in cui ce ne sia bisogno.

Ma con il passare degli anni le cose possono cambiare e molte donne e uomini “di mezza età” si trovano ad affrontare una sfida difficile: da una parte fare da genitori ai propri figli e dall’altra fare da genitori ai propri genitori.

Una condizione – in Italia – che accomuna sempre più persone, che ogni giorno cercano di trovare soluzioni il più possibili “stabili” (e soprattutto un po’ di serenità).

Imparare a prendersi cura di chi prima si prendeva cura di noi: non è uno scherzo e non ci si inventa in questo ruolo; è la sfida che devono affrontare gli uomini e le donne che sono contemporaneamente coinvolti su due difficili “fronti”, come quello di assistere un anziano genitore e di accudire un figlio o più figli che stanno crescendo. Una sfida (molto spesso tutta al femminile) che porta le persone a diventare genitori dei propri genitori, muovendosi come acrobati tra la casa, i figli, il lavoro, i medici e le pratiche burocratiche per l’accesso alle cure.

Come conciliare le esigenze della propria vita (e della propria famiglia) con i bisogni dei genitori che invecchiano e si ammalano sempre di più per poi diventare non autosufficienti?

Come superare il senso di colpa che ci assale quando consideriamo i genitori che invecchiano come un “peso” da portare?

I RUOLI SI INVERTONO -> Laura Chiassone nel suo lungometraggio “Tra cinque minuti in scena” ha raccontato cosa succede in quel momento della vita in cui i ruoli si invertono e da figli si diventa “genitori” dei propri genitori. Il film è uscito nel 2013 e racconta la vita dell’attrice Gianna Coletti, figlia combattuta tra lavoro (come attrice di teatro) e cura della madre malata non più autosufficiente. Una storia che rispecchia in maniera verosimile il conflitto che molte donne italiane vivono ogni giorno nel nostro Bel Paese, visto che l’Italia vanta il primo posto come Paese più vecchio del «vecchio» continente. “Sono diventata la madre di mia madre: mia figlia ha 90 anni” dice la Coletti. “Fino a qualche anno fa non ero disperata, ero disperatissima. Non solo perché vedevo il suo decadimento fisico, mentale, ma soprattutto perché lei non accettava nessun aiuto esterno. Voleva che l’aiutassi solo io” racconta l’attrice, sottolineando il fatto che per la madre nessuna badante andava bene.

UNA “NUOVA” FAMIGLIA -> Succede anche che la malattia di un genitore anziano subentra proprio in una fase particolare della vita di un figlio, ad esempio nell’età evolutiva o durante l’adolescenza: riuscire a soddisfare i bisogni e dare le stesse attenzioni ad entrambi richiede una nuova “struttura relazionale” all’interno della famiglia. Per la persona anziana non è facile accettare la vecchiaia, soprattutto se nel corso della vita è sempre stato indipendente e d’aiuto per gli altri. Spesso l’anziano evidenzia due tipi di bisogni crescenti: necessità di dipendenza fisica (a seconda delle sue condizioni di salute) e bisogno di conservare un’identità adulta (bisogno di autonomia). Il conflitto tra questi due bisogni segna profondamente il significato delle relazioni tra genitori e figli. I genitori anziani devono elaborare l’idea di dover dipendere dai loro figli e questi a loro volta devono pensare di farsi carico di genitori sempre meno autonomi. Questo nuovo evento mette alla prova tutto il sistema familiare. L’anziano che non è autosufficiente va a vivere con il figlio, quindi bisogna creare uno spazio per il nuovo ospite in famiglia, ridefinendo anche la struttura della casa, dando ad esempio una stanza al genitore malato, sacrificando uno spazio ai figli. Questa nuova ridefinizione può creare disagi alla “nuova famiglia”, bisogna dunque riuscire a mediare con tutti i membri presenti.

LE DIVERSE FASI DELLA VITA -> Non sono rari i casi in cui tutto succede nello stesso momento e quindi, ad esempio, una donna scopre di aspettare un bambino e allo stesso tempo scopre la malattia di un genitore, passando quindi da una notizia gioiosa ad una estremamente triste. Quale emozione far prevalere? Come gioire per la vita che sta nascendo dentro di noi senza sentirsi in colpa per quella che sta finendo? Per quanto sembri assurdo e difficile, una volta che si è consapevoli della malattia di un genitore, bisognerebbe condividere i momenti gioiosi il più possibile con loro. Coinvolgerli nelle decisioni da prendere in merito, ad esempio, all’organizzazione di un matrimonio, di una nascita o di una comunione di un nipote potrebbe dare loro l’idea di essere ancora utili. Prendere in considerazione le loro opinioni e i loro consigli sul da farsi è d’aiuto per il genitore che si sente importante pur non potendo ad esempio uscire di casa e per il figlio che sente ancora di poter godere dell’aiuto e dell’attenzione del genitore.

ACCETTARE UN AIUTO ESTERNO -> In un primo momento l’idea di farsi aiutare da qualcuno “esterno alla famiglia” non viene presa nemmeno in considerazione perché vissuta come una sorta di “scarico” delle responsabilità e soprattutto perché si è convinti di farcela da soli. Ma accettare un aiuto non vuol dire abbandonare il proprio genitoreun aiuto è una risorsa all’interno della famiglia. Chi non lo accetta è costretto a sacrificare la propria vita, i propri impegni e quelli dei figli, creando così un grande disagio all’interno del nuovo sistema familiare. Potrebbe nascere un accumulo di tensioni che la famiglia non riesce più a sostenere. Ricorrere quindi ad aiuti esterni, come ad esempio una badante in determinate ore del giorno, possono aiutare a non cambiare del tutto la vita quotidiana. Il “senso del dovere” nei confronti del proprio genitore malato non deve prevalere sulla nostra vita perché si rischia di trascurare i figli e il partner creando disagi.

IL SENSO DI COLPA VA SUPERATO -> Quando sorge la necessità di prendersi cura dei genitori, d’istinto la donna si offre volontaria, ma ad un certo punto ne sente tutto il peso e scatta la voglia di un po’ di libertà per riprendere fiato. Salvo poi dover fare i conti con il senso di colpa per aver pensato ai propri cari come ad un peso troppo grande da sopportare. Se non riusciamo ad accettare l’idea che l’anziano ha bisogno di noi e la convivenza con lui diventa un peso, portando problematiche anche all’interno della famiglia, potrebbe essere opportuno pensare di portare l’anziano in una struttura diurna (centro diurno, casa di quartiere, ecc.) o residenziale competente (residenza servita, casa di riposo, residenza protetta, ecc.) dove potrà essere accudito con cure adeguate. Questo non vuol dire abbandonare il proprio caro: sono molte le strutture ben organizzate che coinvolgono i familiari e i parenti, cercando di integrarli il più possibile all’interno della struttura e nella vita dell’anziano. In alcuni casi questo distacco fisico aiuta a riequilibrare i rapporti con l’anziano e con tutta la famiglia: il distacco fisico non è un distacco emotivo. Andare a trovarli spesso, cercando una struttura non molto lontano da casa, essere presenti nella loro vita invitandoli a casa ogni qual volta è possibile, è un modo di accudire il proprio caro che ci permette di non essere assaliti dai sensi di colpa.

E GLI ALTRI MEMBRI DELLA FAMIGLIA? ->
 Di recente la Cina ha varato una nuova legge che prevede che i figli adulti facciano visita ai propri genitori “frequentemente”. Il provvedimento è nato in seguito al fatto che la popolazione cinese sta invecchiando rapidamente a causa della politica del figlio unico. In Italia non abbiamo certo bisogno di una legge che ci imponga di stare vicino ai nostri genitori, ma spesso non tutti i membri della famiglia sono ugualmente disponibili: magari c’è chi se ne occupa di più e chi, invece, se ne lava le mani. Le ricerche dimostrano che sono le figlie femmine a fornire la maggior parte delle cure – soprattutto in termini di assistenza diretta – ai genitori. Molto dipende dagli impegni lavorativi ma anche dal rapporto che si ha tra fratelli e con gli stessi genitori. La condivisione della cura dei propri cari è però fondamentale: ad esempio c’è chi può offrire assistenza quotidiana ospitando il genitore anziano nella propria casa, chi invece può accompagnarlo in determinati luoghi (ad esempio dal medico), chi può occuparsi delle spese, dando un contributo economico e poco fisico. L’importante è che ciascuno faccia la sua parte, anche perché così si può condividere il dispiacere e le preoccupazioni per i propri genitori.

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